lunedì, gennaio 09, 2006

reddito di cittadinanza: in margine alla riunione di ieri

Vorrei fare qualche osservazione molto rapida sull’intervento di Italo ieri alla riunione, a cui non fu possibile dare seguito perchè Antonio era piuttosto irrequieto. In breve, dunque.
Mi sembra un po’ un problema fondare il reddito garantito incondizionatamente sulla base dei bisogni di ciascuno. Così si va verso fasi mature di comunismo (un non-cambio tra capacità e bisogni), ma a quel punto anche ammesso e non concesso che ciò fosse concepibile nella situazione odierna, ciò sarebbe contraddittorio con un reddito in termini di remunerazioni monetarie le quali non sono qualcosa di meramente nominale, ma presuppongono valore di scambio, denaro, capitale, Stato, insomma di società caratterizzate dallo scambio di merci, che oggi avviene sulla base della proprietà privata dei mezzi di produzione ma che, anche a ipotizzare (cosa oggi utopistica) una transizione socialista, persiste anche in una prima fase di proprietà sociale. In fondo gli stessi Hardt e Negri, che pure sono così lontani da questa impostazione marxista “classica”, nel momento in cui propongono la rivendicazione per la moltitudine del reddito di cittadinanza sentono la necessità di fondarlo sulla base del lavoro, ma dovendo appunto assicurarlo per tutti, premettono che nella produzione biopolitica vita e lavoro, produzione e riproduzione coincidono. Nel libro di Calzolari e Porcaro, che si muovono con impostazione differente, è ancora più nettamente visibile questo aggancio del reddito non alla vita identificata con lavoro, ma a forme di attività socialmente utili, ma non nel senso della valorizzazione capitalistica
Ovviamente lo “scambio” va fatto, secondo me, al netto delle prestazioni sanitarie, dell’accesso ai saperi (scuola, università, reti, biblioteche, diritti d'autore) - tutte cose gratuite - e delle esigenze di minima sopravivenza in cui va inclusa oggi in primo luogo l'acqua, esigenze che devono essere soddisfatte a seconda dei solo bisogni e senza contropartita. Ma allora, si potrebbe obiettare, se tali erogazioni e prestazioni chiamiamole “elementari” sono fatte a seconda dei bisogni e senza scambio, perché non è possibile allargare di conseguenza anche alle altre forme di beni e servizi coperte dal reddito di cittadinanza vero e proprio? Indubbiamente sia le une che le altre si possono finanziare solo politicamente ovvero in modo coercitivo, attraverso l’intervento dello Stato, o di poteri sopranazionali, continentali, mondiali corrispondenti, attraverso la tassazione progressiva o cose simili, e questo intervento politico non può altrimenti conseguire che da una pressione fatta attraverso le lotte. Quindi è evidente che in un intervento del genere non c’è uno scambio di merci (reddito contro lavoro) ma un non-cambio, una redistribuzioone forzata. Ma questo prova che ci muoviamo appunto dentro rapporti di produzione ancora antagonistici ( e ancora per lungo tempo), altrimenti non vi sarebbe bisogno di questi interventi “politici”, ossia coercitivi. Perciò si pone il problema di trovare una base realistica su cui rendere praticabile la richiesta di reddito quindi ottenere consenso, e ciò prescindere da se si opti per un redito su basi biopolitiche (vita=lavoro) o su base di prestazioni lavorative sempre definite e riconoscibili come utili per al società contro e a prescindere dalla valorizzazione del capitale. Altrimenti chi consentirebbe a una tassazione progressiva così forte senza una contropartita che renda condivisibile un tale atteggiamento pratico anticapitalistico? Insomma non si può saltare la fase dello scambio di reddito contro lavoro anche se non nella forma dei rapporti di proprietà privata ma volti a superarli. Certamente fasi successive avranno al centro il godimento e il consumo su una base di immensa ricchezza accumulata, ma ciò non si vede a breve (anzi!) e adesso occorre creare intorno a una proposta siffatta un consenso ampio.
Piuttosto, considerando che le osservazioni del libro di Porcaro nei confronti di Hardt e Negri erano sensate, e cioè che una forma di attività riconoscibile potesse garantire da una revoca del reddito più fortemente che una giustificazione biopolitica, resta però il problema che Mina poneva, e cioè su come si deve remunerare il lavoro domestico delle donne. Ciò poterebbe essere un argomento a favore di una fondazione biopolitica del reddito di cittadinanza come fanno Hardt e Negri
Quanto poi alle varie forme di finanziamento del reddito stesso, le varie proposte di Italo mi sembrano valide e da esaminare.

1 commento:

meinong ha detto...

Volevo fare alcune osservazioni a margine delle obiezioni di Peppe riguardo alla fondazione del reddito minimo sui soli bisogni.
1)La prima cosa che vorrei porre in evidenza è che forse la sequenza lineare capitalismo-socialismo-comunismo vada contestualizzata e corretta. Ad es. le strutture coercitive dello stato sociale grazie alle quali le aziende pagano le pensioni ai nostri genitori calcolandole su di un presunto nostro reddito (si pensi alla busta paga del lavoro dipendente) in quale fase si trova?
Sono effetti del lavoro differito dei nostri padri? Sono sfruttamento del lavoro nostro? Sono estrazioni dal plusvalore delle aziende che vengono comunisticamente redistribuite?
Le tesi di Keynes per cui si possono far scavare buche e riempirle di nuovo in quale fase si configurano? E la tesi di marx per cui il capitale sarebbe stato costretto all'elemosina come si inquadrano?
Insomma a che punto ci troviamo?
E questo punto è lo stesso per tutte le regioni del mondo? qual è la velocità dei processi di avvicinamento o di diversione dalla sequenza suddetta?
Peartendo da queste domande credo che il rifiuto del reddito minimo sulla base dei bisogni possa scontare il presupporre una sequenza storico-evolutiva troppo lineare.
2)A mio parere Marx (giustamente) non aveva previsto nei suoi modelli l'interazione tra diversi sistemi economici che poi è stata trattata negli studi sull'imperialismo e più recentemente dalle varie distinzioni tra centri, periferie e semiperiferie. E non aveva previsto gli effetti "diversivi" che tali interazioni avrebbero prodotto sulle sequenze evolutive che lui aveva abbozzato. Per cui ci troviamo (sia nelle nazioni più sviluppate che in quelle meno sviluppate) in fasi tutte da classificare e reinterpretare in un quadro complessivo molto più articolato. Da questa articolazion e bisogna ripartire per fondare teoricamente e per costituire materialisticamente una proposta di reddito minimo.
3)Peppe dice che non è possibile dare denaro per niente, nel senso che il dare in mera risposta ad un bisogno non può essere un dare denaro, perchè il denaro si inserisce in una fase in cui il dare in mera risposta ad un bisogno non è possibile. Ma siamo sicuri che è così? A quale funzione del denaro facciamo riferimento? Alla sua universale fungibilità (nel senso che può essere scambiato con tutto)? O alla sua tesaurizzabilità? E quale di queste funzioni è inesorabilmente legata al capitale?
E quale non consente erogazioni di denaro in cambio di nessuna prestazione lavorativa?
Anche qui bisogna riandare a prendere i libri sacri con tutti i loro commentari e dare una continuità ed uno sbocco alla lunga tradizione di ricerca marxiana
4)Facendo riferimento a Marx, la fondazione del reddito minimo parte dalla situazione paradossale del capitalismo che sarebbe costretto a mantenere i suoi schiavi. Dalla necessità del capitale di tenere alti i consumi anche con strumenti e strategie che la sociologia e gli economisti radicali americani hanno brillantemente descritto. Questa è la forza materiale dei meri bisognosi (forza materiale che fonda la stessa erogazione delle pensioni, perchè altrimenti dare soldi a persone che non si possono nemmeno ribellare e che non producono più? ). Una forza passiva certo, ma una forza di cui bisogna avere coscienza.
5) Infatti essa è la cartina di tornasole dell'evoluzione del capitalismo stesso, evoluzione che permette di produrre una maggiore quantità di merci aumentando al contempo la disoccupazione, dunque permette l'aumento della ricchezza complessiva e nel frattempo quello dei meri portatori di bisogni
La rivendicazione di una parte della ricchezza prodotta da parte dei meri portatori di bisogni diventa il corollario di questa contraddizione. Ovviamente la via maestra sarebbe la redistribuzione del tempo di lavoro, ma tale redistribuzione presuppone quel processo politico che invece è in ritardo rispetto alla stessa evoluzione del capitalismo (e per processo politico non intendiamo solo quello per cui le forze partitiche sono più o meno avanti nella cosiddetta "coscienza di classe", ma anche la capacità di quella parte della classe lavoratrice che è occupata a tempo più o meno indeterminato di tenere presente la necessità della gestione sociale della produzione)
6)In mancanza di questo allineamento, la battaglia per il reddito minimo può provocare un salutare dibattito nella sinistra sulla necessità di uscire dalla subalternità ideologica al capitale e su quella di redistribuire il lavoro che c'è a parità di salario. Ma essa può porre anche il problema che frange della popolazione non riusciranno a rientrare nel mercato del lavoro e che per alcuni (i minori )bisogna cominciare a ragionare in termini di diritti e non attraverso la mediazione delle famiglie di appartenenza (ad es. il reddito minimo deve esserci anche per il bambino di un anno, i cui genitori possono essere solo i gestori). Insomma la domanda di merci è distribuita su una grande quantità di soggetti,la maggior parte dei quali non si guadagna da vivere con il lavoro. A partire da questa forza passiva bisogna iniziare una battaglia che coinvolga più soggetti (tra cui gli stessi lavoratori) che metta al centro l'esistenza del sovrappiù e la necessità di gestione sociale di quest'ultimo, la progressiva diminuzione del lavoro vivo e la necessità di trasformare i rapporti di produzione in modo tale che questa diminuzione non porti a nuove crisi
7)La proposta dei lavori socialmente utili che è ottima se d'integrazione alla riduzione dell'orario di lavoro ed a quella del reddito minimo, in alternativa ad essi è a mio parere disastrosa, giacchè essa è solo l'anticamera della mercificazione delle cosiddette attività fuorimercato. Collegare un reddito minimo ad attività di questo genere vuol dire uno sfruttamento di questo che diventa un tipo di lavoro tout court. Ci troveremmo di fronte non più un basic income, ma un ennesimo salario da fame, quand'anche fosse erogato da un'autorità pubblica. Infatti in questo caso tale salario da fame verrebbe sottratto alla spesa pubblica e dunque sarebbe uno strumento per ridurre la redistribuzione del plusvalore privato da parte dello stato
8)Altro problema è la giustificazione con cui si volesse rendere accettabile socialmente una proposta di un eventuale governo sul reddito minimo.
A mio parere la giustificazione liberale è paradossalmente più progressiva di quella di Porcaro: essa prende atto del fatto che alcuni sono (temporaneamente o più stabilmente) fuori dal mercato del lavoro e adotta un rimedio. Porcaro ha bisogno di estendere il mercato del lavoro mercificando attività che non erano completamente mercificate a prezzi d'accatto (il reddito minimo)
Certo può ancora essere che l'estensione dei rapporti capitalistici in tutte le zone del mondo e in tutte le dimensioni del vivere sia una precondizione necessaria per la transizione.
Ma siamo sicuri che non bisogna muoversi un po' prima ?