sabato, agosto 19, 2006

reddito di cittadinanza

sul Manifesto del 15 agosto scorso va visto l'articolo di Giovanna Vertova, Reddito e salario: si parte dal conflitto. Vertova è molto critica verso le tesi di Fumagalli-Lucarelli, e in generale postoperaiste le quali rivendicano il reddito sulla base del fatto che nel postfordismo la vita produce ricchezza e valore, quindi è produttiva, per cui il reddito è una redistribuzione di ciò che è già dato Scrive Vertova:

"Fumagalli e Lucarelli ragionano come se fossimo di fronte ad una appropriazione
meramente politica da parte del capitale di una produttività che «naturalmente»
spetta al solo lavoro sociale, e l'unico compito politico è riappropriarsi di
quanto è già nostro. Peccato che, così come non esiste il capitale senza il
comando sul lavoro, non esiste «produttività»' del lavoro fuori dall'inclusione
nel capitale. Questo è il capitalismo: una classe decide cosa, come, quanto
produrre; un'altra deve necessariamente vendere la propria forza-lavoro,
«materiale» o «immateriale» che sia il lavoro erogato. L'antagonismo è
possibile, ma ha come centro la produzione. Ciò non contrasta con l'introduzione
di ammortizzatori sociali contro la precarietà, su un asse diverso da quello del
basic income, per la indisponibilità della forza-lavoro a far dipendere la
propria esistenza dalle convenienze del capitale. La divisione tra economisti è,
dunque, tra chi ritiene che si debba guardare in faccia il capitalismo di oggi
così com'è, e chi preferisce rivolgersi al mondo dei sogni".

Segue l'esame di altre tesi di altra impostazione (Morini e Tajani, Freschi, Sacchetto-Tomba e Gambino-Raimondi e Bellofiore e Halevi).
Senza dubbio anche per me c'è una perplessità molto forte sulla tesi operaista la quale assume come originaria e autosufficiente la produzione, e il desiderio di liberazione come immediatamente immanente alle forze produttive contemporanee rappresentate solo dai poveri del pianeta , in quanto essi darebbero luogo a un nuovo paradigma porduttivo, quello immateriale il quale non si lascerebbe catturare nella logica del valore-lavoro nè in quella della sovranità, (logiche che i postoperaisti sovrappongono, in quanto ritengono superata la divisione tra struttura e sovrastruttura). Queste sarebbero diventate solo delle cose parassitarie le quali cercano di appropriarsi della produzione e degli strumenti produttivi che appartengono naturalmente alla moltitudine dei poveri consistendo esse nel corpo, nel cervello e gli affetti. La perplessità nasce innanzitutto dal fatto che - almeno nelle tesi di Hardt e Negri, le quali esprimono in modo compiuto queste teorie - non si comprende se lo spostamento della produzione sul piano di immenenza, e quindi la connessione tra forza produttiva e desiderio di liberazione, sia solo una caratteristica del paradigma produttivo contemporaneo oppure abbia fatto parte sempre del desiderio di liberazione dei poveri e della loro produttività che sempre eccede le logiche dominanti viste solo come reattive e non produttive . Se così fosse, non si riesce a comprendere la dinamica storica per cui queste forze dominanti, parassitarie ecc. si generano e quale sia in definitiva la loro funzione storica. E senza dubbio questa affermazione della vita come immediatamente produttiva sembra mettere in ombra tutta la durezza dell'odierno dominio capitalistico e dello sfruttamento planetario alle cui esigenza è reso funzionale il potere, con il carico di morte .
Però non mi sembra giusto affermare
"Per Fumagalli la vita produce ricchezza e valore: unico problema, la
redistribuzione. Il capitalismo contemporaneo è accettato così com'è".
Innazitutto perchè, proprio ponendo al centro, come fa Vertova, il conflitto tra capitale e lavoro, la vita è produttiva in una prospettiva comunista pienamente sviluppata, quindi in una fase avanzatissima e senza dubbio lontana, mentre, stanti rapporti capitalistici di produzione, produttivo è il lavoro messo in moto dal capitale e in modo contraddittorio (non-valore e sorgente dal valore allo stesso tempo). Caso mai, quindi, l'affermazione postoperaista per cui la vita è produttiva ed eccede la logica del valore e della sovranità, può essere una fuga in avanti e tutt'altro che l'accettazione del capitalismo così come è.
Tuttavia nella prospettiva postoperaista non si nega nè che lo sfruttamento sia scomparso, anzi esso sarebbe ancora più feroce quanto più la produttività starebbe tutta dalla parte della moltitudine; né che il lavoro sia solo immateriale, giacchè questa è solo la modalità che sussume e modella anche le forme del lavoro agricolo e industriale, niente affatto scomparsi; nè che il comune presente nella moltitudine sia comunismo realizzato, ma solo la modalità della produzione odierna, i cui soggetti per realizzare un altro mondo possibile devono avere un progetto politico.
Ora, fermo restante che molti sono i problemi che questa tesi postoperaista pone, e che non riguardano un ingenuo ottimismo delle forze produttive, ma piuttosto l'individuazione della famosa "ultima istanza" nella produzione e nella trasformazione, e nell'apprezzamento delle possibilità di qiest'ultima, non si può tuttavia negare che questa tesi apra una serie di questioni reali per quanto riguarda appunto il tema salario-reddito. Infatti, se si pone al centro in forma classica la questione capitale-lavoro, allora non c'è dubbio che la via maestra non è il reddito di cittadinanza, e neanche forme di ammortizzazione sociale - certo sempre da rivendicare - ma la lotta sulla riduzione della giornata lavorativa. Ma come questo è possibile quando i soggetti produttivi, quindi potenziali soggetti della traformazione, non sono più raggruppati nella grande fabbrica capitalistica? E chi produce e lungo quali linee nella forma contemporanea di produzione? E come si può negare che la nozione stessa di giornata lavorativa sia profondamente trasformata, senza che ciò singifichi negare un odierno sfruttamento capitalistico in forma ancora più feroce?

1 commento:

meinong ha detto...

La risposta di Fumagalli a Halevi e Bellofiore


Il reddito in questione: risposta a Riccardo Bellofiore e Joseph Halevi
Andrea Fumagalli
Andrea Fumagalli - Venerdì 11 agosto 2006
[ versione per la stampa ]
- In questi ultimi due mesi il quotidiano Il Manifesto ha ospitato, al seguito di un suo invito che era già una presa di posizione, una serie di articoli estremamente critici verso la proposta di reddito di cittadinanza e/o d’esistenza, proposta che è una delle "bandiere" dei movimenti precari che in questi ultimi anni sono stati protagonisti delle maggiori lotte sociali.
Claims ospita invece la risposta di Andrea Fumagalli, docente di Economia all’Università di Pavia ed attivista della rete May Day, all’articolo di Riccardo Bellofiore e Joseph Alevi, il più argomentato e il meno volgare tra quelli apparsi finora. --
Bellofiore-Halevi scrivono:

"L’articolo di Vertova sul ‘reddito garantito’ (basic income: BI) ha messo i piedi nel piatto di una discussione dove troppe cose vengono date per scontate. Fumagalli e Lucarelli (FL) hanno il merito di tentare una risposta. E’ però l’unico merito. Il loro ragionamento, come anche quello di Morini, ribadisce le approssimazioni che Vertova aveva disperso. FL ragionano così: i) nel postfordismo dei paesi avanzati l’economia si terziarizza e l’occupazione è creata fuori dalla grande impresa manifatturiera; ii) a ciò corrisponde una immediata produttività del tempo di vita e delle relazioni nel territorio; iii) il capitale si appropria gratuitamente della più elevata ricchezza sociale; iv) il tempo di vita deve invece essere remunerato (reddito), integrando la retribuzione da salario; v) si tratta di una regolazione istituzionale che rende stabile il postfordismo, come la crescita del salario in proporzione della produttività (fisica) il fordismo; vi) il BI, cumulabile e incondizionato, non solo aumenta la produttività sociale, ma ne ridistribuisce i frutti e fa crescere la domanda; vii) è un compromesso tra capitale e lavoro, realistico (avvicina per passi al reddito di esistenza) e incompatibile (se elevato, il BI non è un mero sostituto dei sussidi di disoccupazione)"

Il riassunto del nostro pensiero è sufficientemente corretto, salvo due aspetti. Relativamente al punto ii.), la centralità della conoscenza come fattore produttivo autonomo (non incorporato nel capitale fisico) porta allo sviluppo di due tipi di economie di scala di tipo dinamico: le economie di apprendimento e di network. Le prime consentono la generazione di innovazioni e conoscenza in modo cumulativo, le secondo favoriscono la loro diffusione (processo limitato dall’estensione dei diritti di proprietà intellettuale, la nuova forma di proprietà che “comanda” il lavoro nel capitalismo cognitivoà grado di appropriabilità). E’ il funzionamento di queste due econome dinamiche di scala che implica e giustifica la "produttività del tempo di vita" e, come giustamente suggerisce Morini (che lo vive sulla sua pelle), "produttività delle soggettività".
Relativamente al punto vii)., basic income è il reddito di esistenza (non si avvicina per passi) è potrebbe rappresentare un compromesso sociale realistico e possibile solo se perde le caratteristiche di basic income (individualità, residenzialità, incondizionalità, universalità) per diventare mero sussidio di disoccupazione (come già oggi esiste in molti paesi). Per approfondimenti, cfr. A.Fumagalli, "Misure contro la precarietà esistenziale e distribuzione sociale del reddito", in Posse. Nuovi animali politici, Manifestolibri, maggio 2004, pp. 28-43.
Occorre poi aggiungere una considerazione generale che sta alla base del nostro lavoro. Il BI non è considerato l’unica misura da adottare per incidere sulla configurazione del capitalismo cognitivo. Ad esso vanno aggiunte altre misure, altrettanto importanti e fondanti:
1. la limitazione dei diritti di proprietà intellettuale verso forme di libera circolazione dei saperi;
2. l’introduzione di un salario minimo per i non contrattualizzati e l’esistenza di diritti di base (non discriminazione, salute, maternità, ferie, ecc.) a prescindere dal contratto di lavoro ma stabiliti e garantiti a priori.

Scrivono Bellofiore-Halevi:
"C’è una confusione concettuale di base. La maggiore ricchezza relazionale e cognitiva attiene al lavoro concreto, non al lavoro astratto. La sequenza per cui è il comando tecnologico e organizzativo sul lavoro vivo a creare neovalore vale ovunque e sempre nel capitalismo"

Su questo punto, forse è necessario andare a prendere i "sacri" testi marxiani.
Secondo Marx, il lavoro concreto, qualitativamente definito, è volto a produrre valore d’uso; il lavoro astratto è invece pura estrinsecazione di lavoro umano, che prescinde dagli aspetti qualitativi e dalle determinazioni specifiche riferite all’utilità dei singoli lavori e la cui quantità determina il valore creato. Nel sistema capitalistico di produzione, il lavoro astratto è il lavoro socialmente necessario per produrre una merce che si valorizza sul mercato finale, ovvero valore di scambio, sulla base delle tecnologie disponibili.
Nel capitalismo industriale fordista, era ed è il rapporto sociale uomo-macchina a determinare la forma immanente del lavoro astratto, che si traduce(va) in valore di scambio di merci materiali. Nel capitalismo cognitivo, si assiste allo sviluppo tendenziale dell’egemonia del lavoro cognitivo, ovvero il lavoro che crea prodotti immateriali: il sapere, l’informazione, la comunicazione, relazioni linguistiche o emotive. Tale passaggio implica due fratture con il paradigma precedente.
In primo luogo, si assiste alla trasformazione della giornata lavorativa verso una non più definibile divisione fra il tempo di lavoro e il tempo libero. Nel capitalismo industriale, i lavoratori producevano quasi esclusivamente durante le ore che passavano in fabbrica. Ciò dipendeva dalla necessità di coniugare mezzi di produzione meccanici con forza-lavoro e ciò poteva avvenire solo in luoghi precisi e contingenti, definendo in tal senso la forma del lavoro astratto e ponendo una netta separazione dal lavoro concreto, di tipo riproduttivo.
In secondo luogo, la smaterializzazione del capitale fisso pone in auge un nuovo rapporto tutto "umano" tra mezzo di produzione e forza-lavoro. Nella produzione immateriale, infatti, il corpo della forza-lavoro, oltre a contenere la facoltà di lavoro, funge anche da contenitore delle funzioni tipiche del capitale fisso, dei mezzi di produzione in quanto sedimentazione di saperi codificati, conoscenze storicamente acquisite, grammatiche produttive, esperienze, insomma lavoro passato.
Ne consegue che la separazione tra lavoro astratto e lavoro concreto non è più così netta come nel capitalismo industriale-fordista. Innanzitutto, oggi ciò che Marx chiamava il lavoro concreto, il lavoro che produce valori d’uso, può essere ridenominato "lavoro creativo". Tale termine consente infatti di cogliere meglio l’apporto cerebrale che è insito in tale attività, mente il termine "lavoro concreto", pur essendo concettualmente sinonimo, rimanda più all’idea del "saper fare" che predomina il "saper pensare", con un riferimento più marcato al lavoro artigianale in sé e per sé.
Piuttosto, nell’ambito dell’attività lavorativa cognitiva, si può passare indifferentemente dal lavoro astratto al lavoro creativo-concreto, con esiti di sia valorizzazione del valore di scambio che di produzione di valore d’uso. Scrive John Halloway:
"Qui... si colloca il centro della lotta di classe: è la lotta tra il fare creativo ed il lavoro astratto. In passato si era consueti pensare alla lotta di classe come la lotta tra il capitale ed il lavoro, comprendendo il lavoro come lavoro salariato, astratto e la classe lavoratrice è stata spesso definita come la classe dei lavoratori salariati. Ma questo è sbagliato. Il lavoro salariato ed il capitale si completano mutuamente, il primo è un momento del secondo. C’è senza dubbio un conflitto tra il lavoro salariato ed il capitale, ma è un conflitto relativamente superficiale. E’ un conflitto sui livelli salariali, sulla durata della giornata di lavoro, sulle condizioni di lavoro: tutto questo è importante ma presuppone la esistenza del capitale. La vera minaccia al capitale non viene dal lavoro astratto ma dal lavoro utile o fare creativo, poiché è il fare creativo che si oppone radicalmente al capitale, ovvero alla propria astrazione. E’ il fare creativo che dice ‘no, non lasceremo che il capitale comandi, dobbiamo fare quello che consideriamo necessario o desiderabile’." (John Halloway, "Noi siamo la crisi del lavoro astratto", intervento al seminario di UniNomade, Bologna, 11-12 marzo 2006).
Ed è proprio per impedire che il "fare creativo" prenda il sopravvento sul lavoro astratto, che nel capitalismo cognitivo diventa centrale il controllo del processo di formazione e apprendimento, così come è centrale il controllo delle fonti della conoscenza, tramite i diritti di proprietà intellettuale. I processi di formazione e di apprendimento sono infatti intrinsecamente ambivalenti: fino a che punto è possibile distinguere il processo di apprendimento finalizzato allo sviluppo della propria cultura secondo una logica autonomamente scelta e il processo di formazione reso necessario per svolgere l’attività lavorativa ai fine dell’accumulazione capitalistica?
Fino a che punto è possibile distinguere all’interno di una giornata lavorativa il tempo socialmente necessario per produrre valore di scambio da quello utilizzato per produrre valori d’uso?
Ovviamente non è possibile fornire una risposta adeguata. A meno che, non si ipotizzi un tendenziale processo di sussunzione reale e completa della vita degli individui che porti alla scomparsa totale del valore d’uso e al predominio assoluto del valore di scambio. Si tratterebbe di una prospettiva agghiacciante che presupporrebbe la riduzione a schiavitù cerebrale degli esseri umani sul modello cybor mutante..
Cionondimeno, la difficoltà di separare lavoro concreto e lavoro astratto è testimoniato dalla crescente importante del processo di formazione della forza-lavoro, sempre più inteso come investimento. Ciò dipende, in primo luogo, dal fatto che nel capitalismo cognitivo, lavoro e formazione costituiscono un tutt’uno lungo l’intero periodo della vita attiva. Non si tratta solo di un investimento una tantum, coincidente con gli anni della formazione scolastica, ma di investimento ricorrente negli anni della vita attiva che deve quindi prevedere l’ammortamento, esattamente come quando si investe in una macchina per avviare un processo di produzione prevedendo che, alla fine del suo utilizzo ricorrente, andrà sostituita con una nuova macchina. Il lavoro vivo riproduttivo della forza-lavoro permette di ridurre il costo della forza-lavoro per il capitale e, quindi, di aumentare il plusvalore. Si potrebbe sostenere che la quantità di lavoro vivo riproduttivo è quello che permette di ammortizzare il capitale fisso perché, riproducendo il valore d’uso della forza-lavoro, riproduce nel medesimo tempo la sua capacità di consumare il capitale.
In secondo luogo, se si parla della formazione come investimento è anche per evidenziare il fatto che, dal punto di vista della contabilità nazionale, la formazione è a tutt’oggi una spesa di gestione corrente, un’uscita che dipende dall’andamento annuale del reddito fiscale, a sua volta fortemente condizionato dall’ammortamento degli investimenti. Si crea in tal modo uno squilibrio tra politiche d’investimento ereditate dal fordismo, in cui le spese in infrastrutture (nell’hardware pubblico) giocavano un ruolo strategico di primaria importanza, e politiche di spesa per la formazione. La privatizzazione dei cicli formativi sono il tentativo di risolvere questo squilibrio, benché il loro effetto sia solo quello di aggravare l’altro squilibrio, altrettanto fondamentale, quello tra la natura sociale del capitale umano e l’esclusione di una parte crescente di forza-lavoro dai processi di formazione continua.
Nella triade: formazione à apprendimento à cultura, si dipana il momento del processo di valorizzazione e di alienazione del lavoro cognitivo. Se la formazione è finalizzata alla produzione immateriale di valore di scambio, in quanto eterodiretta dai meccanismi insiti nell’organizzazione dell’istruzione tramite la ristrutturazione neoliberista dei meccanismi educativi e scolastici, l’apprendimento, dove la componente umana fa da intermediario e produce il momento dell’assimilazione cerebrale della formazione, rappresenta il momento dinamico in cui il valore di scambio dell’informazione si mischia anche con la produzione di valore d’uso sino ad aprire le porte ad un potenziale lavoro creativo. Da questo punto di vista, la cultura è antitetica alla formazione, ne è la negazione, in quanto prodotto del fare creativo e antitesi al lavoro astratto del capitalismo cognitivo.

Scrivono Bellofiore-Halevi:
"L’interpretazione regolazionista del fordismo è poi pura mitopoiesi: la crescita postbellica si deve alla domanda autonoma (spesa pubblica elevata, investimenti privati, esportazioni) in un contesto internazionale di capitalismo da guerra fredda irripetibile. Non ai salari, che sono stati trascinati: quando le lotte nella produzione hanno morso, il modello è saltato".

Questa interpretazione dei salari trascinati può essere vera per l’Italia, che non a caso ha visto la diffusione del paradigma fordista solo in alcune aree del paese e dove il traino della domanda estera è stato tale da compensare la scarsa dinamica della domanda privata di consumi.
Tuttavia, non si può dire lo stesso per gli Stati Uniti, dove negli anni ’50 e ’60 il traino della domana interna è stato ad appannaggio dei consumi privati (dipendenti dalla dinamica salariale) e dagli investimenti (dipendenti dalle aspettative di realizzazione). Guardando i dati della produttività comparati ai salari reali a livello comparato, si vede infatti che è l’Italia a costituire un eccezione non il resto dei paesi avanzati.

Scrivono Bellofiore-Halevi:
"Bizzarra pure l’idea che o si accetta la versione di FL delle ‘novità’ del capitalismo o si è fautori di un capitalismo che non cambia mai".

Non abbiamo mai sostenuto questo. Non ci appartiene la logica di denigrare colui con il quale discutiamo (dicendo che è vetero, che deve andare a studiare, che non conosce l’abc, o amenità simili). Noi poniamo delle questione interpretative cercando di cogliere quelli che a nostro avviso sono cambiamenti strutturali importanti, perché – come insegna Marx – il capitalismo è un sistema dinamico sempre soggetto e costretto a metamorfosi (come lo squalo che deve sempe muoversi per sopravvivere).

Scrivono Bellofiore-Halevi:
"Il lavoro nel terziario è in gran parte legato al manifatturiero: l’economia della conoscenza si nutre di lavori ‘materiali’."
Vero, il lavoro terziario deriva da processi di ristrutturazione del manifatturiero, ma non solo. Esso implica modifiche "qualitive" del processo lavorativo.
Lavorare nel terziario non è come lavorare nel manifatturiero. La composizione tecnica del lavoro e i nessi di comando e dipendenza mutano. Vedi sopra sul rapporto tra lavoro concreto e lavoro astratto. Cosa si intende per lavoro "materiale"? Che produce beni materiali o che è fatto di materia corporea? Noi utilizziamo il termine "lavoro cognitivo che produce beni immateriali" (invece di lavoro immateriale, che è vago e impreciso e genera confusione) quando il braccio è sostituito dalla complessità del cervello, che interviene direttamente (e non come semplice organo che tramite impulsi comanda il braccio) nella prestazione lavorativa. Se invece, intendete, che l’economia della conoscenza ha alla base produzione materiale (i computer fatti di plastica e metallo), beh, allora, si tratta di una percentuale irrisoria: tutte le merci prodotte nel capitalismo cognitivo sono fabbricate e misurate a partire alla seguente composizione quadrupla: Hardware à Produzione materiale; Softwareà Produzione linguistica; Wetware à produzione cerebro-immateriale; Netware à Rete (network).
E’ all’interno di queste produzioni che si hanno economie dinamiche di apprendimento e di network.

Scrivono Bellofiore-Halevi:
"Eppure è senz’altro vero che il capitalismo è cambiato radicalmente: i) una ‘centralizzazione’ finanziaria e produttiva gigantesca senza ‘concentrazione’ di lavoratori in grandi imprese, con riduzione della dimensione minima d’impresa; ii) la dicotomia centro-periferia è saltata, il centro è anche dentro la Cina, la periferia è anche dentro la Germania; iii) la forza-lavoro mondiale è raddoppiata in 15 anni; iv) il lavoro è sussunto alla finanza; v) il consumo è sostenuto dalla politica monetaria e dall’indebitamento; vi) è mutata la natura della prestazione lavorativa. Di qui la precarizzazione universale. Il lavoro precario è ‘continuo’ ma senza ‘posto fisso’; quello a tempo indeterminato è sempre più incerto e aggredito: un avvicinamento oggettivo delle due figure"

Sul punto i.) pienamente d’accordo. Sul punto ii), ancora di più. Questa è la posizione di Saskia Sassen ripresa da Negri-Hardt in Impero e criticata ad esempio dai trockzisti latinoamericani alla Petras o alla Baron. Vuol dire che il concetto di imperialismo va rivisto? Sono contento di questo.
Sul punto iii). Perfettamente d’accordo, ma si è modificata la composizione sociale sulla base di un nuovo tipo di divisione del lavoro, quella cognitiva, che – come correttamente scrive Morini – si è aggiunta a quella per mansioni. Ed è proprio per questo che nei paesi cd. avanzati,la quota di forza-lavoro salariata nell’industria si è dimezzata. Sul punto iv), direi che anche parte crescente del reddito da lavoro è sussunto dalla finanza.
Sul punto v) d’accordo e aggiungerei che i consumi di ceti medio-alti sono sostenuti anche dalle plusvalenze mobiliari e immobiliari (la finanza come moltiplicatore keynesiano distorto). Come sapete, è da quando è nata la MayDay (contro il burocraticismo di partiti e sindacati), che diciamo che la precarietà non solo è esistenziale ma generalizzata, perché anche il lavoratore a tempo indeterminato è psicologicamente precario, sapendo che questa sua condizione può cadere da un momento all’altro. Sono contento di questa presa d’atto, che sino a poco anni fa non era così scontata, considerando il precariato un elemento marginale alla lumpenproletariat.

Scrivono Bellofiore-Halevi:
"Intanto, il problema della realizzazione il nuovo capitalismo lo ha risolto senza BI. L’instabilità e insostenibilità dei nuovi processi di creazione di neovalore, che non sono ‘spontanei’, non consentono una redistribuzione egualitaria".

Infatti noi sosteniamo che nella fase attuale, sic rebus stantibus, il capitalismo cognitivo è instabile, quindi il problema della realizzazione non l’ha risolto, l’ha soltanto spostato con la guerra e la repressione, con la finanziarizzazione, la depredazione del Sud del mondo, la privatizzazione dei beni comuni,... ma non potrà durare a lungo.

Scrivono Bellofiore-Halevi:
"Il BI non aumenta di per sé né ricchezza né valore".

Questo può essere ovvio, essendo una variabile redistributiva. Tuttavia, occorre considerare che se la garanzia e la sicurezza di un reddito, riducendo lo stress e l’incertezza, consente di sfruttare meglio le economie di apprendimento e di avere più tempo per le econome di network informali e formali, allora ci può essere un effetto positivo sulla produzione di conoscenza e la sua diffusione, ovvero un incremento di produttività cognitiva con effetti sulla produzione finale e il suo valore. E’ come dire che un salario più alto, garantendo una maggior alimentazione e maggior forza fisica, consente tempi più veloci di lavorazione alla catena e un aumento di produttività fisica (e sul disciplinamento e il controllo sanitario della popolazione, ha scritto cose illuminanti Foucault…).

Scrivono Bellofiore-Halevi:
"Ragionare altrimenti cancella un po’ di cose. E’ la domanda di lavoro a determinare la qualità dell’offerta di lavoro".

Che sia la domanda di lavori a determinare l’offerta, non ci piove. E’ come affermare che sono le condizioni tecnologiche a determinare la quantità di lavoro vivo necessaria alla produzione. Nel rapporto di sfruttamento capitale-lavoro, è il capitale a comandare e non viceversa.
Tuttavia, kalechianamente, nella pratica reale dei soggetti, occorre considerare che la garanzia e la sicurezza di un reddito può ridurre la disponibilità di lavoro (ovvero l’offerta) e quindi creare un vincolo per la domanda. Così, sempre kalechianamene (cfr. le cause politiche della disoccupazione), troppa occupazione e salari crescenti possono favorire ulteriori richieste dei lavoratori e creare vincoli per l’accumulazione.

Scrivono Bellofiore-Halevi:
"La formazione diffonde oggi non cultura ma analfabetismo di ritorno. Solo la gestione politica della domanda (autonoma) traduce in realtà aumenti potenziali di produttività. FL rispondono che il lavoro è già frammentato, quasi Vertova sostenesse che il BI causasse la precarietà: ma Vertova spiega la precarietà come noi, e FL non sanno che al peggio non c’è mai fine".


Non abbiamo mai detto che Vertova sosteneva che il BI causi precarietà. Vertova (e il Manifesto) ha sostenuto che il BI crea divisione e frammentazione tra i lavoratori e noi abbiamo contestato questa affermazione, perché si basa due assunti che non ci paiono realisti: a. che chi lavora deve mantenere chi non lavora ma ha un reddito (assunzione lavorista), dando per scontato che il finanziamento del BI è interamente a carico dei lavoratori (chi l’ha detto?, Discutiamo su questo punto, semmai!) b. che il BI fa abbassare i salari (questa affermazione non è argomentata se non in modo apodittico).
Inoltre, il mkt del lavoro ci pare già abbastanza frammentato, a prescindere dall’esistenza o meno del BI.

Scrivono Bellofiore-Halevi:
"Il loro fine è il reddito di esistenza: intanto ‘realisticamente’ si accontentano di un sussidio ai precari."

Questo lo dite voi, noi non lo diciamo, proprio perché il BI è restituzione mentre il sussidio è assistenza. E ce ne è di differenza tra le due cose... Sosteniamo piuttosto, questo sì "realisticamente", che Il BI va introdotto gradualmente (ma è puro buonsenso ….)

Scrivono Bellofiore-Halevi:
"Di buone intenzioni è lastricata la via per l’inferno: il BI costituisce la sponda di politiche social-liberiste di aggressione a tutto il lavoro, dividendolo".

E’ un giudizio di valore non argomentato, se non con un’idea falsa di basic income (come sussidio, appunto). In ogni caso, a prescindere dal contesto, meglio una buona intenzione che il nulla.

Scrivono Bellofiore-Halevi:
"FL prendono Vertova per una neoclassica per cui il BI creerebbe disoccupazione mettendo un pavimento rigido a salari o redditi. Vertova ha in testa, crediamo, una impostazione marx-kaleckiana. Il BI, se ‘realistico’, è più basso del salario, e crea un margine di flessibilità nel costo del lavoro. L’impresa assume pagando di meno, il lavoratore otterrà inizialmente lo stesso reddito di prima, ma in una spirale di deterioramento. Proprio perché la realtà capitalistica oggi si fonda sulla possibilità di chiusure e di precarizzazione, con il BI come pavimento il salario potrà essere ridotto sempre di più. Quando il salario si avvicina al BI, i governi abbasseranno, dove esiste, il salario minimo. Una dinamica che è più pronunciata in una società di servizi. Si crea una massa amorfa di persone che sopravvivono, frana la capacità contrattuale di tutti i lavoratori, i redditi manageriali schizzano verso l’alto. Tendenze concretamente in atto da tempo in vari paesi, p. es. l’Australia".

Non si capisce perché l’impresa debba assumere pagando meno, a meno che non ci si muova proprio in un’ottica neoclassica. Kalechi piuttosto scriverebbe che l’impresa non assume del tutto e preferisce profitti inferiori che rischi di possibili tensioni sociali. Curiosa è poi l’affermazione che dare garanzie e sicurezza di reddito crei una "massa amorfa di persone che sopravvivono” (non si capisce perché, a meno che non si pensi che dare reddito porti all’"imborghesimento" delle coscienze e alla loro assuefazione, il che denota scarsa fiducia nella moltitudine proletaria). Nel capitalismo cognitivo dove l’autonomia cerebrale è elemento di sovversione, e dove ci sarebbe bisogno di cultura e non formazione, direi che è esattamente l’opposto Vi consiglio di risentire Redemption Song di B.Marley (magari nell’ottima versione acustica di Joe Strummer & Mescaleros): "emancipate yourselves from mental slavery, no one but ourselves can free our mind".


Scrivono Bellofiore-Halevi:
"FL ragionano come se il BI dia accesso di per sé ai beni e alla scelta del lavoro".

Noi scriviamo solo che avere una garanzia di reddito riduce il grado di ricattabilità dalle condizioni di lavoro salariato e per questa via può causare rigidità nel mercato del lavoro favorendo uno spostamento dei rapporti di forza a favore del lavoro. L’accesso ai beni è sempre e comunque condizionato dalle scelte di produzione del capitale e dal vincolo di bilancio di lavoratori. Certo che se tale vincolo morde meno, non ci piango sopra.

Scrivono Bellofiore-Halevi:
"Ma è chi comanda finanza e domanda autonoma che definisce livello e composizione della produzione, consumo reale, quantità e qualità del lavoro. Perché non partire dalla constatazione che (anche dove il lavoro è relazionale e cognitivo) l’esigenza è quella di stabilizzare il posto di lavoro, trasformando il precariato in lavori a tempo indeterminato, dando sicurezza dentro il lavoro dipendente?"

Personalmente ritengo il lavoro salariato, a meno che non sia frutto di una libera scelta, una vera e propri dannazione, un abbrutimento delle potenzialità vitali e creative umane, l’antitesi del comunismo. Certo, in termini relativi, meglio un lavoro salariato stabile e garantito con diritti di base che vivere di stenti e povertà o in balia degli eventi naturali.
Dobbiamo però tener conto degli aspetti qualitativi legati alla prestazione lavorativa di tipo cognitivo. Non sempre il lavoro cognitivo è ingabbiabile nella forma del lavoro salariato e Morini l’ha spiegato molto bene (e infatti nessuno ha risposto su questo aspetto). Anzi, per molti aspetti, una condizione di lavoro salariato (che è sempre subordinato) in un ambito di lavoro cognitivo significa non solo la sottomissione del corpo ma anche del cervello, il che è ancora peggio e ben più alienante. Tanto è vero che non è desiderabile per molti.
Quando si parla di precarietà, bisogna inoltre rammentare che tale condizione, pur presentando aspetti omogenei e comuni, presenta tratti costituenti differenziati. C’è una precarietà che dipende esclusivamente dallo smantellamento dei diritti del lavoro salariato stabile (quello sancito, ad esempio dallo Statuto dei lavoratori), ed è questo il caso del settore pubblico e spesso del manifatturiero. Se, ad esempio, il personale di portineria della mia università viene spostato in una cooperativa di servizi, perché il servizio viene esternalizzato e appaltato a privati, la situazione di stabilità di dipendente pubblico si trasforma in situazione di precarietà In tutti questi casi, il ripristino di un contratto di lavoro a tempo indeterminato è sacrosanto. Ma spesso ci si dimentica che la condizione di precarietà non è soltanto l’esito di simili cambiamenti giuridici che nulla hanno a che fare con la modificazione del processo di accumulazione (di fatto il processo di accumulazione è rimasto quello fordista e si verifica uno slittamento dei diritti in seguito a rapporti di forza meno favorevoli). Esiste una precarietà, che ritengo la più importante e che ci costringe a guardare in avanti, che poco o niente ha a che fare con un’organizzazione del lavoro di stampo fordista e che reclama nuove forme di soluzione.

Scrivono Bellofiore-Halevi:
"Saggiamente Masi ricorda una verità elementare. Come collettività possiamo ridistribuire solo la produzione corrente. Quest’ultima, aggiungiamo, sarà tanto più elevata quanto più alta è, oggi e nel passato, l’occupazione, e l’occupazione stabile; e quanto più alta è, oggi e nel passato, qualità e quantità dei mezzi di produzione. Senza gestione politica della domanda e senza conflitto sociale nella produzione sussidi come il BI sono acqua fresca, perché domanda e produttività non aumentano per magia".

Edoarda Masi molto poco saggiamene si dimentica di tutti gli aspetti di tipo qualitativo ma di sostanza che caratterizzano la prestazione lavorativa e che ho cercato di richiamare (probabilmente senza successo ed in modo confuso ed impreciso) in queste note. Possiamo ridistribuire solo la ricchezza esistente, questo è ovvio, ma il problema è che non sappiamo quale è il livello di ricchezza e produzione corrente, soprattutto in un contesto globalizzato con piena flessibilità di capitali e numerose possibilità di nascondere profitti e rendite. Sappiamo – in qualche modo – misurare la produzione fisica ma la produzione immateriale che si fissa nei valori borsistici è del tutto aleatoria. Dobbiamo studiare ancora molto e trovare nuovi indicatori di produzione e di produttività.
L’occupazione, calcolata come è oggi, non è più una misura certa della produzione

Scrivono Bellofiore-Halevi:
FL confermano una deriva dell’economia eterodossa. La deriva nell’idealismo. Ci sono gli hegelo-keynesiani (‘se solo i consiglieri del governo fossimo noi e il Patto di stabilità rigettato’) e gli hegelo-sraffisti (‘se solo ci fosse l’incompatibilismo salariale’). Ora ci sono gli hegelo-postoperaisti (‘se solo la ricchezza sociale crescesse per miracolo e fosse redistribuita’).
Noi rimaniamo impenitentemente materialisti: guardiamo non alla moltitudine, all’Impero, al general intellect, e alla potenza, ma alle classi, ai conflitti tra capitalismi, al comando sulla moneta e sul lavoro, e alle dinamiche del potere. E’ di questo che si dovrebbe parlare. Magari anche sulle altre pagine del manifesto.

E’ vero, rappresentiamo una deriva eterodossa, perché il mondo cambia e dopo una deriva c’è sempre un approdo. Ed è una deriva materialistica e analitica. Non so se è idealista, certamente non è una metafisica delle certezze e della staticità. A questo ci ha già pensato Kant.

Andrea Fumagalli