sabato, novembre 04, 2006

Ancora su Napoli

L'attuale mediocrità del dibattito critico su Napoli è il chiaro sintomo della crisi del paradigma marxiano della lotta tra classi. Mi spiego meglio. L'affermazione con la quale Calderoli ha paragonato Napoli ad una fogna da bonificare - per inciso un'altra similitudine immunologica che rivela la matrice xenofoba e razzistica della Lega - ha sucitato una serie di reazioni, che sono andate dallo sconcerto alla minaccia di querele. Ma a sinistra non si è levata una sola voce di dissenso capace di riportare i termini della questione di Napoli e di quella meridionale entro l'alveo della dialettica sviluppo/sottosviluppo. Tra i politici e i media non c'è stato un solo tentativo di connettere il degrado napoletano con i processi di globalizzazione da un lato o con quelli inerenti al passaggio dalla fase fordista a quella postfordista del capitalismo dall'altro.
Oramai la presunta sinistra istituzionale, tanto i DS quanto Rifondazione e i Comunisti Italiani, hanno dimenticato le loro radici, rimuovendo dal proprio lessico e dal proprio orizzonte teorico-politico la prospettiva critica marxiana. In questo modo essi si precludono non solo la comprensione critica della questione meridionale, ma anche l'attuazione di una prassi politica di lungo respiro tesa al superamento dell'esistente, limitandosi ad amministrare lo status quo, a tamponare le emergenze sia con qualche poliziotto in più, sia con la richiesta di finanziamenti, i quali a loro volta saranno utilizzati dai soliti noti per rimpinguare la cerchia clientelare di appartenenza, foraggiare qualche clan cammorristico sempre sollecito ai richiami dei finanziamenti pubblici, perpetuare, in ultima istanza, lo stato di indigenza e dipendenza delle masse. Altro che sol dell'avvenire, siamo nella nottata più profonda!
La questione meridionale non può essere ridotta ad una questione economica, è fondamentalmente una questione politica. Un problema da analizzare attraverso gli strumenti critici del materialismo storico, per porsi con forza e decisione il problema delle soggettività potenzialmente interessate ad un processo di emancipazione, che partendo dalla sfera economica precipiti in quella politica ed avendo, in ultima istanza, come stella polare di riferimento l'autonomia degli individui, il pieno ed onnilaterale sviluppo delle loro potenzialità. Il pubblico che dobbiamo difendere non è soltanto quello dello stato sociale, ma anche e soprattutto quello del politico. Ossia, la difesa di un pubblico concepito come ri-costruzione di una sfera di partecipazione in cui le forze socio-culturali conflittuali possano formarsi in quanto soggettività ed attivare dei processi di emancipazione globali della società a partire dal loro contesto locale. Gli appelli allo Stato, la richiesta di politiche sociali che non siano fondate sulla costruzione di movimenti e soggettività politiche dal basso si ridurebbero, nella migliore delle ipotesi, ad un mero assistenzialismo, ad un socialismo paternalistico, che già nella storia del movimento operaio ha trasformato un popolo di ribelli in una massa di accattoni.

2 commenti:

eliopica ha detto...

Per Calderoli è del tutto naturale pronunciarsi con quei toni. Non c'è
nessuno che possa contrastarlo. Se fosse un politico con la ncessità di
raccatare voti nella metropoli partenopea, userebe un altro linguaggio.
Quello che usano i nipoti di De Mita, gli amici di Bassolino o di Fini. La
sostanza non cambierebbe di molto se non nell'estetica.
Infatti, nessuno dei politici che sia di destra o di sinistra non
rappresentano altro che la borghesia, vuoi la grande industria con la
finanza oppure la piccola impresa fino al bottegaio e al commerciante e al
piccolo borghese benpensante, non possono dire che la società del capitale
nel suo svilupparsi produce anche una parte di popolazione, che
oggettivamente ricaciata da ogni possibilità di ottenere uno standard
accettabile di sussistenza, sceglie come suo mestiere per vivere, la
delinquenza.
Quando questa si fa troppo invasiva, o accende troppo i riflettori su di se,
valicando il tasso fisiologico che nel suo complesso l'intera società gli
accorda, la critica al fenomeno non può che essere o del tipo leghista, o
del tipo alla Russo Iervolino che, con tanta dovizia di argomenti, come pure
di iniziative culturali, al fenomeno in sè pur preoccupante, gli sovrappone
un'altra Napoli, quella maggioritaria, culturalmente e moralmente sana.
e qui, penso debba terminare la considerazione, sia perchè non ritengo di
difendere Napoli nè prendere esageratamente in considerazione Calderoli, lui
si che della questione meridionale ne fa una questione di tipo politico,
poichè per la lega, cioè per gli interessi della piccola e media impresa, il
sud rappresenta un costo che gli fa venire il bruciore di stomaco.
elio p.

peones ha detto...

Giustissimo Elio,

ma non si tratta di difendere Napoli, ricadendo specularmente nell'ideologia etnica della Lega, si tratta piuttosto di prendere atto, come dici tu, della collocazione della sinistra istituzionale nel campo borghese e trarre le conseguenze politiche di un tale riorientamente confermato dalle dichiarazioni suscitate dalle dichiarazioni di Calderoli che ho richiamato in modo strumentale.
Tuttavia, non basta neanche proclamare la radice capitalistica delle contraddizioni napoletane. Bisogna documentarla,argomentarla e diffonderla per favorire una presa di coscienza sulla base di analisi critiche approfondite, che pure non mancano. Penso ai lavori di Antonio Carlo e Peppe Di Marco. Riflettere criticamente su Napoli vuol dire dare un corpo specifico alle analisi critiche rivolte al sistema capitalistico in generale. Non dimenticare che per Marx l'astratto è sempre e solo determinato.