lunedì, aprile 17, 2006

da parte di Elio

tra Ferrando e Bertinotti...... il Partito

La vicenda che ha visto protagonista Marco Ferrando ha un certo valore politico e simbolico, un valore diventato straordinario, non foss'altro che per il massiccio intervento masmediatico il cui messaggio è diventato tutt'uno con la risoluzione finale della questione: l'esclusione dalle liste del centro sinistra di un dirigente di partito le cui idee non fanno onore alle truppe italiane in guerra sul suolo irakeno.
Questione troppo scomoda per la coalizione di sinistra che si appresta a prendere in mano le redini dello Stato.
Dal punto di vista politico essa ci mostra quali sono le conseguenze di chi pratica l'entrismo; ovvero a quali conseguenze si condannano coloro - i sinistri - ,che hanno praticato e intendono ancora praticare una politica di partito stando dentro ad un altro con la convizione di modificarne l'indirizzo strategico, tranne ovviamente una loro ulteriore omologazione (L. Maitan).
I seguaci di Troski l'hanno praticata fin dagli anni '60 nel PCI, la chiamano tattica. Come frutto del parto di un cervello questa presunta tattica ha stabilito che non c'è alcuna possibilità di costruire un partito rivoluzionario se non trasformando quello che formalmente è più vicino a tale idea. Sappiamo i risultati e gli esiti del PCI nonostante sia stato attraversato dal movimento del '68.
In altre parole, la speranza di capovolgere gli interessi di un partito politico, perchè alla fine di questo si tratta, è connessa alla concezione che quel partito è in qualche modo suscettibile di cambiamenti, o perchè vi aderiscono i lavoratori, o perchè la sua politica è in qualche modo adiacente o più vicina a quella che si intende raggiungere.
Per quanto riguarda la presenza dei lavoratori, il concetto fa acqua da tutte le parti, in quanto addirittura nei partiti fascisti, e lo stesso nazionalsocialismo annoverava tra le sue fila la presenza dei lavoratori, quindi la sostanza sarebbe il richiamo formale al marxismo, cosa che il partito di Bertinotti ha dichiarato all'atto della sua nascita.
L'evoluzione che questo partito ha avuto e le molte abiure che del marxismo sono state compiute negli anni a seguire dalla sua nascita, hanno eliminato anche questa parvenza formale, anche se non si trattava del marxismo vero e proprio, ma di varie ed eclettiche interpretazioni che come massimo prodotto hanno riproposto in campo teorico, l'illusione fascinosa delle concezioni Keinesiane, per quanto riguarda il cosiddetto stato sociale, ed in campo economico la miseria dei neo-ricardiani, per quanto riguarda il rapporto tra il capitale ed il lavoro; in buona sostanza le vecchie parole d'ordine del socialismo riformista turatiano- togliattiano . In breve il Prc invece di rifondare il marxismo come pretendeva di fare all’atto della sua nascita, ha restaurato il socialismo borghese.
La vicenda pone all’attenzione una singolare costatazione: il fatto che il partito che si pretende di modificare, come oggi è il caso del PRC, è oggetto spesse volte di critiche così inconciliabili con la presenza in esso dei critici, appare come una stranezza che solo la dialettica mentale può consentire. Già, la dialettica, il campo di battaglia di tutti i rivoluzionari la cui attività volta a trasformare la società ripone soltanto sulla forza della ragione. Una dialettica basata su di un formalismo declamatorio, cioè privo della connessione alla realtà oggettiva. Non solo quella riferita ai rapporti di produzione e al suo risultato capitalistico che al più o al meno può solo determinare una certa distribuzione di reddito, ma nemmeno connessa con la coscienza che si forma come risultato della incapacità di tale politica economica di eliminare la crisi che da tendenza si fa sempre più acuta e concreta.
Ovviamente per gli entristi si tratta della coscienza rivoluzionaria, la quale, invece di essere lo specchio delle contraddizioni reali e della loro soluzione, la si fa diventare in un sol colpo quella di un partito che si pretende modificare in virtù della forza taumaturgica del pensiero entrista. Quindi assumendo la coscienza di questo partito come il prototipo della coscienza da modificare, scambiando così la rappresentazione degli interessi materiali che Marx ed Engels hanno descritto (nel Manifetso del 1848) a proposito del comunismo borghese e utopistico, con quella che il proletariato ha in partenza, la quale ovviamente non è ancora rivoluzionaria ma che necessariamente deve diventarlo per liberarsi dallo sfruttamento.
In questo processo è da notare quanto sia distante la posizione teorica degli entristi che vivono in un partito che tutto al più vuole un giusto salario per un giusto lavoro quanto invece la crisi economica spinge ambedue al di sotto del loro valore, sia quello di scambio che di condizioni storiche in cui compierlo. La coscienza che produce questo processo è ben altra cosa ed esige ben altre riforme; il sovvertimento dell'ordine economico- sociale, per la qual cosa l'elemento cosciente, ovvero la sua organizzazione, deve essere chiaro e ben presente fin dall'inizio in uno che si definisce comunista e per giunta anche rivoluzionario .
Il paradosso, e allo stesso tempo il ridicolo risultato della politica entrista potrebbe essere quello di conquistare la maggioranza del partito di Bertinotti e così decretare che il movimento operaio ha raggiunto la coscienza rivoluzionaria, salvo poi costatare la mancata rivoluzione. Un gioco da ragazzi.
Dal punto di vista politico questa vicenda quindi non ci dice niente, specie se teniamo presente che la coscienza antagonista è un prodotto storico che si forma come coscienza indipendente, di classe, come prodotto specifico che muove sì dai contrasti economici ma che deve giungere soprattutto a chiarire gli scopi che la classe sottomessa ha da realizzare per risolvere il dissidio che la vede contrapposta al capitale, più esattamente al suo incessante sviluppo, e non certo allo sviluppo della coscienza che può avere un partito politico che del sistema capitalistico nel suo insieme ne ha fatto la sua bandiera com'è il caso del PRC di Bertinotti. Gli entristi pensano idealisticamente.
Anche Lenin faceva parte della seconda internazionale, ma bisognerebbe indagare più a fondo la specificità della formazione del partito operaio in Russia, e l'incursione che esso poté fare in campo internazionale fino a decretare la II Internazionale morta per gli interessi operai. Ora non è più il tempo in cui si può dire "quando Kausky oppure Hilderfing erano marxisti" come faceva Lenin. Come d'altronde non è nemmeno più il tempo in cui si può dire "il compagno Stalin cammina con una gamba sola" come faceva Mao.
Il declino, e via via la fine di ciò che nella coscienza mondiale del proletariato si è fissato come comunismo è finito con la fine stessa dell’URSS, rappresenta allo stesso tempo anche la fine della sua rappresentazione teorica come pure e soprattutto la necessità di ripartire proprio da ciò che teoricamente fu la premessa di quel rivolgimento storico: il rapporto tra marxismo e operai. Solo in questa impostazione si potrà valutare a pieno la cosiddetta funzione degli intellettuali che giungono a capire che questa non è la migliore delle società.

Dal punto di vista simbolico questa vicenda ci dice che i rapporti tra i partiti alleati del centro sinistra sono ferreamente sottoposti all'etica del “politicamente corretto”, senza nessuna deroga. Quindi nemmeno la critica può sconfinare al di fuori di un programma che nel suo insieme è il programma del sistema capitalistico.
Detto questo, si potrebbe attendere che Ferrando si cuocia nel suo brodo, ma è la prospettiva del suo entrismo a farmi intrufolare in questa vicenda.
Sul potere che esercita Bertinotti nei confronti di Ferrando, il quale insieme ad altri è l’espressione di una componente che rappresenta il 41% del comitato politico, ci sarebbe da precisare se il 41% del CP rappresenti solo un quarantunesimo dei soggetti che lo compongono o se invece rappresenti il 41% dell'elettorato del Prc.
Le risposte ai quesiti sono le uniche che possono dare una spiegazione di questo potere di Bertinotti, da un lato, mentre dall'altro potrebbero spiegare anche il perchè dell'assenza di una benché minima azione, non dico di insorgenza, contro questa insopportabile censura.
Il teatrino della politica l'ho conosciuto fin da quando ero nella FGCI, allora nel PCI c'era Ingrao e tutto ruotava, tranne ovviamente le accuse di estremismo e quant'altro rivolto dal PCI all’unisono contro chi tentava percorsi organizzativi fuori dal PCI.
Certo, se si interpreta la vicenda dal punto di vista di Bertinotti e della sua fedeltà a Prodi e al suo programma di governo, non si può essere indifferenti nei confronti di Ferrando. Per cui si può anche esprimergli la solidarietà, ma questa non è dovuta per la coerenza del suo comportamento politico, quanto invece soprattutto per dire qualcosa contro il moderatismo di Bertinotti.
Infatti c'è da ricordare che Ferrando, insieme a tanti altri militanti che formavano e che ancora costituiscono la sinistra di rifondazione, all'epoca della legge Treu, che sappiamo ha spianato la strada alla flessibilità e alla precarietà, erano e sono rimasti dentro quel partito.
Allora dunque questa vicenda non può che dirci una sola cosa: la costituzione di un partito politico si basa su reali interessi di classe, e questi non sono modificabili se non con il rivoluzionamento dell'ordine economico di cui sono l'espressione. Per cui la strada dell'organizzazione per la classe operaia sta tutta fuori, una volta che sì da per scontato che rifondazione non è il partito dei soviet ecc. ecc.
Ai militanti della sinistra di rifondazione questa vicenda dovrebbe far riflettere, ed il cinismo di queste poche riflessioni è direttamente proporzionale con la impossibilità di cooptare Ferrando in qualche tipo di nuova organizzazione.
Ai compagni (Ricci ed altri) che ultimamente hanno deciso di abbandonare Bertinotti, come anche lo stesso Ferrando, rivolgo un caloroso invito, il quale ovviamente va anche a tutti gli estensori di piattaforme di unificazione organizzativa: per quanto riguarda l'organizzazione, se c'è un insegnamento materialistico da seguire ed un altro teorico-politico da sperimentare, è quello che non si può fare a meno, se si è decisi su questa strada, di considerare e di valutare il materiale esistente e che da tempo si è formato sul terreno dell'organizzazione di classe al di fuori di rifondazione. Non è solo una questione di metodo. Il dopo elezioni, che molto probabilmente vedrà un governo di centro sinistra, porrà con più forza la riapertura della discussione e la ricerca della soluzione in campo organizzativo, se non si vuole soccombere alla demagogia della destra.
elio. p.

3 commenti:

peones ha detto...

Caro Elio, ritengo che tu abbia pienamente ragione sia per quanto concerne le tue critiche a Rifondazione comunista, che ha restaurato il socialismo borghese, sia per quanto concerne il tuo riferimento ad un corretto approccio materialistico per la fondazione di un nuovo partito comunista. Ma tichiederei di psecificare meglio il tuo riferimento alla valutazione del "materiale esistente e che da tempo si è formato sul terreno dell'organizzazione di classe al di fuori di rifondazione". A quali organizzazioni fai riferimento sul piano politico? E come valuti le trasformazioni oggi in atto nel mondo del lavoro - la frantumazione, frammentazione del mondo del lavoro, compreso quello di fabbrica - in relazione alla nascita di un nuovo soggetto politico che lo rappresenti? E a quale modello di partito fai riferimento?

elpica ha detto...

Il carissimo Salvatore con il suo commento ha riproposto, chiedendomi di precisare e di valutare, le due grandi questioni su cui si sta discutendo ormai da anni.
La prima, cui mi si chiede di precisare, è a quali organizzazioni io faccia riferimento sul piano politico; la risposta è presto data. Premesso che organizzazioni politiche intese in senso classico, cioè rispondenti ad una precisa teoria dell’organizzazione, non ve ne sono di vere e proprie, ma che esistono esperienze di aggregazione dotate chi più chi meno di una cospicua ossatura teorica, o di un obbiettivo terreno di aggregazione antagonista, le organizzazioni che più ritengo essere miei riferimenti sono l’ AsLO e lo SLAI Cobas.
Con ciò voglio significare che le tendenze politiche cui faccio riferimento sono rappresentate sia da chi ha posto l’organizzazione di classe in connessione con un preciso rapporto tra marxismo e operai, sia chi nel campo sindacale ha posto il lavoro di organizzazione al di fuori delle compatibilità e della concertazione.
Con ciò voglio ancora precisare che in ambedue i campi di intervento, oltre alle organizzazioni citate, esistono anche altre aggregazioni, penso ai sindacati del tipo RdB o Cobas del pubblico impiego e ad altri collettivi che sul terreno teorico pongono la centralità del marxismo come fondante il loro impegno, ed in ciò sta il mio invito a valutare il materiale esistente e che da tempo si è formato fuori dal partito di Bertinotti.
La seconda questione, quella che ritengo essere la più importante, ripropone l’analisi della composizione di classe, e quindi, a seconda della lettura che se ne trae, anche la forma partito che ne discende.
La prima questione in ordine al problema è la frammentazione, ovvero lo spezzettamento delle unità produttive che trova applicazione addirittura fin dentro una stessa fabbrica che produce lo stesso prodotto finito. L’altra consiste nella realtà dei cosiddetti nuovi lavori che come il primo è sempre più precario e per questo sempre più sfuggente ad aggregarne i soggetti sul piano organizzativo.
Detto questo come fotografia riassuntiva delle trasformazioni avvenute nel mondo del lavoro, la cosa più naturale che ci resterebbe da proporre in campo organizzativo è il cosiddetto partito dei movimenti. Ma se guardiamo all’organizzazione come strumento di ribaltamento sociale per costituire il potere politico di queste classi sottomesse, quantunque frammentate, non si può fare a meno dal riscoprire che la fine del lavoro salariato come scopo politico, impone un lavoro che, in prima istanza, nella stessa organizzazione, sia la fine stessa della frammentazione.
Quindi il modello dell’organizzazione, per riprendere la tua ultima domanda, non può che rispecchiare la gerarchia delle classi sociali, la quale non è determinata dallo status psicologico dei soggetti che ne fanno parte, ma dal posto che occupano nella stessa gerarchia del mondo economico che si pretende rovesciare.
Come momento iniziale della forma partito, poiché ritengo sia il frutto della rottura che in campo internazionale la crisi produrrà in qualche punto del mercato mondiale, non può che essere nella sostanza una forma associativa sulle orme di Marx e con gli aggiustamenti di Lenin.
18-4-2006

elpica ha detto...

Il carissimo Salvatore con il suo commento ha riproposto, chiedendomi di precisare e di valutare, le due grandi questioni su cui si sta discutendo ormai da anni.
La prima, cui mi si chiede di precisare, è a quali organizzazioni io faccia riferimento sul piano politico; la risposta è presto data. Premesso che organizzazioni politiche intese in senso classico, cioè rispondenti ad una precisa teoria dell’organizzazione, non ve ne sono di vere e proprie, ma che esistono esperienze di aggregazione dotate chi più chi meno di una cospicua ossatura teorica, o di un obbiettivo terreno di aggregazione antagonista, le organizzazioni che più ritengo essere miei riferimenti sono l’ AsLO e lo SLAI Cobas.
Con ciò voglio significare che le tendenze politiche cui faccio riferimento sono rappresentate sia da chi ha posto l’organizzazione di classe in connessione con un preciso rapporto tra marxismo e operai, sia chi nel campo sindacale ha posto il lavoro di organizzazione al di fuori delle compatibilità e della concertazione.
Con ciò voglio ancora precisare che in ambedue i campi di intervento, oltre alle organizzazioni citate, esistono anche altre aggregazioni, penso ai sindacati del tipo RdB o Cobas del pubblico impiego e ad altri collettivi che sul terreno teorico pongono la centralità del marxismo come fondante il loro impegno, ed in ciò sta il mio invito a valutare il materiale esistente e che da tempo si è formato fuori dal partito di Bertinotti.
La seconda questione, quella che ritengo essere la più importante, ripropone l’analisi della composizione di classe, e quindi, a seconda della lettura che se ne trae, anche la forma partito che ne discende.
La prima questione in ordine al problema è la frammentazione, ovvero lo spezzettamento delle unità produttive che trova applicazione addirittura fin dentro una stessa fabbrica che produce lo stesso prodotto finito. L’altra consiste nella realtà dei cosiddetti nuovi lavori che come il primo è sempre più precario e per questo sempre più sfuggente ad aggregarne i soggetti sul piano organizzativo.
Detto questo come fotografia riassuntiva delle trasformazioni avvenute nel mondo del lavoro, la cosa più naturale che ci resterebbe da proporre in campo organizzativo è il cosiddetto partito dei movimenti. Ma se guardiamo all’organizzazione come strumento di ribaltamento sociale per costituire il potere politico di queste classi sottomesse, quantunque frammentate, non si può fare a meno dal riscoprire che la fine del lavoro salariato come scopo politico, impone un lavoro che, in prima istanza, nella stessa organizzazione, sia la fine stessa della frammentazione.
Quindi il modello dell’organizzazione, per riprendere la tua ultima domanda, non può che rispecchiare la gerarchia delle classi sociali, la quale non è determinata dallo status psicologico dei soggetti che ne fanno parte, ma dal posto che occupano nella stessa gerarchia del mondo economico che si pretende rovesciare.
Come momento iniziale della forma partito, poiché ritengo sia il frutto della rottura che in campo internazionale la crisi produrrà in qualche punto del mercato mondiale, non può che essere nella sostanza una forma associativa sulle orme di Marx e con gli aggiustamenti di Lenin.
18-4-2006