Se l'ultimo l'ho trovato pienamente convincente, il penultimo saggio del Prof. Antonio Carlo ("Crisi del lavoro e tramonto del capitalismo"), apparso nella Vostra rivista, mi ha suscitato qualche perplessità.
Condivido tutto il discorso sull'inattendibilità dei metodi ufficiali di rilevazione statistica della disoccupazione (e non solo). Mi permetto di aggiungere che negli Usa, questi, a seconda del vento, hanno subito negli ultimi decenni continui aggiornamenti, per nascondere appunto la realtà, fondandosi spesso sullo "scientifico" sistema delle telefonate per campioni, in base alle quali chi ha lavorato in un determinato periodo, ad esempio anche solo per una settimana, risulta tra la popolazione attiva occupata... Condivido anche tutto quanto è detto sulla diffusione del precariato, ecc.
Sono anche d'accordo che nel sistema capitalistico, sul lungo periodo, meno lavoratori sono in grado di produrre quanto in passato facevano in molti, come l'agricoltura docet.
Ciò non toglie, che questa prospettiva (sostenuta anche dal pluricitato Rifkin o dai sociologi tedeschi del gruppo Krisis, uno tra tutti Robert Kurz) non spiega, a mio avviso, adeguatamente il fenomeno attuale. E' la tecnologia che nell'ultimo quarto del secolo scorso e fino ad ora ha tolto lavoro? Ciò avrebbe dovuto comportare una serie di investimenti produttivi che il mondo capitalistico in genere non registra da decenni a questa parte, decenni nei quali, invece, quando c'è stata qualche momentanea ripresa, è stata determinata da un maggior sfruttamento del lavoro e dei vecchi macchinari.
Altrove il Prof. Carlo ha parlato della mancanza di investimenti produttivi (accumulazione), ma qui non lo fa e tutta l'argomentazione sulla disoccupazione sembra dipendere invece, se ho ben capito, dall'assunto che sono le macchine ad estromettere operai dal mondo del lavoro.
Più che investire nella produzione, in tecnologia strutture ecc, la tendenza, a mio avviso, ormai lontano dal boom post bellico è stata piuttosto quella di dislocare fabbriche all'estero, dove la manodopera costa poco, e/o di canalizzare flussi enormi di capitale verso il settore speculativo. Alla deindustrializzazione interna americana degli ultimi quarant'anni corrisponde un massiccio trasferimento all'estero della produzione (prima in Canada e poi in Europa, Asia...); per non parlare appunto della speculazione finanziaria e della politica finalizzata a costringere i possessori stranieri di dollari ad investire sul mercato americano.
Il postfordismo, la rivoluzione microelettronica, è un altro dei miti del nostro tempo che come il concetto di globalizzazione va adeguatamente precisato e ridimensionato. Solo che, mentre a proposito della globalizzazione il Prof. Carlo ha fatto delle puntualizzazioni efficaci, riguardo alle innovazioni tecnologiche mi pare che ne enfatizzi il ruolo nell'attuale fase storica.
Cordialmente
Alessandro Cocuzza
martedì, luglio 03, 2007
giovedì, giugno 28, 2007
Alcune note critiche all’articolo di Antonio Carlo “L’economia “globale” un Titanic che affonda”
In luogo della lotta di classe subentra una formula giornalistica: la “questione sociale”. Invece che da un processo di trasformazione rivoluzionaria della società, credere che si possa costruire una società nuova per mezzo di sovvenzioni dello stato, come si costruisce una nuova ferrovia, è presunzione che tratta lo stato come una realtà indipendente, che possiede sue proprie basi intellettuali e morali libere, invece di trattare la società presente come base dello stato esistente. Le forme dello stato sono più o meno libere nella misura in cui limitano la “libertà dello stato”. (K Marx “Glosse marginali al Programma del partito Operaio Tedesco”(Gotha).
Innanzitutto Antonio Carlo nel criticare i miti correnti presenti nella pubblicistica di sinistra e non, utilizza alcuni dati empirici che permettono di confutare la tesi alla moda dell’economia globale “governata” da un Impero. Le teorie sulla pianificazione introdotte da certe ideologie degli anni 70 sono state trasferite dal mito dello Stato Piano a quello dell’Impero–piano attraverso i suoi organismi internazionali sono frutto delle fantasie di qualche intellettuale di vecchio stile vista la condizione di totale anarchia in cui vive il capitalismo nell’epoca moderna. Ormai le previsioni del FMI o della Banca Mondiale vengono riviste a distanza di tempo sempre più ridotta. Interessante, ma solo accennata, la trasformazione della dinamica classica relativa all’accumulazione di capitale in speculazione globale che porta inevitabilmente l’attuale sistema economico verso il baratro. Purtroppo Antonio Carlo non va a fondo nell’analizzare la dinamica speculativa. Infatti l’autore mette si in evidenza l’incremento inusitato dell’indebitamento USA specie di quello privato ma si limita a giustificarlo esclusivamente sul versante dei consumi mentre gran parte di tale indebitamento ( come dimostrato da vari studi empirici) sarebbe causato dal trasferimento di capitale all’interno della speculazione sui titoli, sui bond e specie sui derivati.
Interessante la messa in discussione del mito del boom economico cinese ed indiano “L’impero di Cindia ovvero il miracolo di cartapesta”. Purtroppo l’autore accetta i dati ufficiali del PIL (forse non conosce i numerosi interventi che contestano i criteri di rilevazione dei dati statistici come quelli di Thomas Rawski) ma nonostante questo riesce a dimostrare l’infondatezza del possibile sviluppo futuro da grandi potenze di economie ancora al palo se raffrontate alle dinamiche di sviluppo che hanno caratterizzato il capitalismo nei paesi avanzati (come l’Inghilterra studiata da Marx e dai classici). Poi analizzando la trasformazione del capitalismo in una sorta di organismo malato caratterizzato da dinamiche criminali legate alla corruzione non riesce ad evitare il solito intervento, tipico di coloro che vogliono dare delle ricette, in cui propone degli interventi immediati, anche se più volte Carlo sottolinea la sua anima radicale. Ed è su questi che desidero dire qualcosa. Innanzitutto sul reddito di cittadinanza
"Già nel primo numero della rivista (da cui è stato tratto l’articolo)ho posto l’accento sulla centralità del reddito di cittadinanza, inteso però come reddito che remunera un lavoro, il c.d. lavoro di
impegno civile Questo tipo di obbiettivo ha una portata dirompente, perché si contrappone alla spinta del sistema che crea poco lavoro (e molta disoccupazione) subordinandolo al profitto; qui abbiamo una logica opposta (lavoro remunerato e non legato al profitto ma ai bisogni sociali) che, però, nasce da esigenze collettive non adeguatamente soddisfatte dal sistema."
In sostanza Carlo chiama reddito di cittadinanza il sussidio di disoccupazione presente nelle economie del Nord Europa che sta subendo nel corso del tempo un continuo ridimensionamento a causa del taglio allo stato sociale divenuto ormai una legge inevitabile per qualsiasi tipo di governo. In effetti il successo conseguito dai partiti conservatori nel Nord Europa non deve meravigliarci, anche l’adeguamento alle politiche di taglio adottate dai laburisti nel Regno Unito e non solo in questo paese. Ciò che rende impossibile una inversione di questo genere è la scelta ormai di massa operata dai lavoratori delle economie avanzate di spingere verso un netto ridimensionamento dello stato sociale a favore di un recupero salariale basato sul taglio delle tasse. Tale comportamento è dettato sostanzialmente dalla impossibilità di recupero salariale attraverso i vecchi sistemi della trattativa o attraverso l’assunzione di più lavori come negli anni 80-90. I lavoratori lo stato sociale se lo vogliono pagare da soli quando serve.
Come è possibile che uno stato moderno riesca a “tenere in piedi un difficile equilibrio tra spese(sempre elevate e necessarie) e tagli” come afferma in precedenza l’autore che aggiunge poco dopo “Dall’altra il peso crescente dell’indebitamento pubblico e privato può fare crollare l’economia, mentre lo Stato impoverito ed indebolito appare sempre più incapace di svolgere le sue funzioni tradizionali” Per cui oggettivamente incapace di invertire una tendenza verso i tagli. Non solo ma aggiunge lucidamente che i paesi sviluppati ormai ossessionati dal loro debito e dai servizi del debito non possono certo abbonare il debito dei paesi più poveri o cosiddetti emergenti “ come propone Bono degli U2, ma al “leader” della grande “rock band”, nessuno ha il coraggio di dire che se poi questo nobile atto di generosità fosse realizzato le più grandi unità del mondo economico occidentale farebbero un crack clamoroso. Più passa il tempo e più il debito cresce il che rende impensabile (in termini capitalistici) un suo annullamento, spingendo
sempre più i paesi emergenti verso la bancarotta. Il sistema ha creato una situazione ingovernabile, i paesi emergenti danzano sull’orlo del baratro ma un loro tonfo trascinerebbe anche noi."
Come è possibile in una condizione da cul de sac di questo genere illudersi che un governo possa concedersi il lusso di un “reddito di cittadinanza? E’ meno utopistico proporre la Dittatura del Proletariato
"Si pone allora un grosso nodo, come cioè sia possibile, qui ed ora, finanziare questo tipo di lavoro, e la fonte a mio avviso non può essere che la lotta all’evasione fiscale. Su questo terreno si aprono ampie prospettive di alleanza tra radicali e riformisti, e c’è la possibilità di fare leva su un cuneo, un conflitto che si delinea tra il capitale e lo stesso Stato-nazionale borghese."
Siamo ai sogni onirici, poco prima Carlo sottolinea il legame tra capitalismo criminale che ormai imperversa in tutti i campi, ed il sistema politico attraverso corruzione e tangenti che non risparmiano nemmeno i “riformisti” al governo cui fa appello l’autore per realizzare una lotta alla evasione senza quartiere. Come è possibile realizzare l’unità tra Riformisti e radicali (quali?)? E poi come si potrebbero delineare delle differenze tra riformisti e radicali in un governo che realizzi una battaglia totale all’evasione? Sarebbe forse un governo rivoluzionario…di questi tempi…no?)
Ma sia chiaro non è lo stato che si lascia corrompere ma tutti sono suscettibili alla corruzione quando l’unica possibilità di conseguire guadagni è determinata da una dinamica di realizzazione che ormai è data solo dalla speculazione (in ogni senso). Anche una associazione che si propone di aiutare qualche popolazione povera del terzo mondo è obbligata gioco forza a piegarsi alle esigenze del primo delinquente di turno per poter proseguire nelle sue attività (e di esempi ci ne sono a bizzeffe)
Infatti
"Anche in USA, le vicende delle IM del fumo e dei “fast food” (certo le meno strategiche ma pur sempre IM) è indicativa: le “class actions” giudiziarie promosse contro di esse da grossi gruppi di consumatori organizzati, hanno portato a condanne risarcitorie clamorose dell’ordine di miliardi (di dollari), nel più grande paese del mondo (economicamente parlando), patria delle più grosse IM, gruppi consistenti di cittadini (spesso organizzati in movimento),ottengono sentenze clamorose ed umilianti e ciò significa una svolta epocale, significa che si è eroso il consenso sociale al mondo degli affari e del capitale, che comincia ad essere screditato; per trovare una crisi di consenso simile occorre tornare indietro negli anni ’30, gli anni della Grande depressione."
Ma l’autore, forse illuso da qualche storiella rappresentata in qualche film di successo, non si rende conto che ormai esiste un business tra gli avvocati degli USA legato alle cause contro le multinazionali che stanno pagando gruppi di cittadini, quasi organizzati in Lobby, cifre irrisorie rispetto ai loro profitti, continuando imperterrite le loro attività
E in Italia?
"nell’ultimo trimestre dell’anno sono stati recuperati 2 miliardi di IVA evasa171; quanti intende
recuperarne Prodi nel 2007 con tutti i mezzi messi in campo, il che significa che il solo recupero IVA può realizzare l’intero obbiettivo (8 miliardi di euro l’anno)."
Che strano, il grande riformista al governo si è però premurato di realizzare, insieme al suo socio Padoa Schioppa, immediatamente una finanziaria da capogiro pressando ulteriormente i lavoratori dipendenti e non contenti stanno proponendo una riforma (?) delle pensioni che realizza la Maroni semplicemente diluendo nel tempo le uscite dal lavoro (gli scaloni) con una continua rincorsa (senza mai arrivarci) fino alla fatidica soglia dei 60 anni. La Germania, patria dello stato sociale con un sindacato potente come la IG Metall, ha riformato le pensioni adeguandosi a quanto sta accadendo nei vari paesi OCSE
"Epperò se i soldi che sottrae al Fisco venissero versati come dovuto potrebbero diventare reddito di cittadinanza che remunera il lavoro di impegno civile e quindi si creerebbero per altre vie, dei consumi, forse più consumi essenziali che macchine sportive, ma sarebbe questo un male?"
Ecco che Antonio Carlo ricade nella logica della pianificazione tanto criticata ai vecchi marpioni degli anni 70, e come loro sogna una pianificazione dal basso
"E’ evidente come anche per la Confindustria sia impossibile ignorare un problema esplosivo ed incancrenito, un problema che nei prossimi anni diventerà un nodo strategico dei vari conflitti, che vedranno impegnati il movimento, i sindacati, le forze politiche ed il governo (alle prese con la crisi fiscale) nonché il padronato, piccolo e grande che sia. Si apre, dunque, un fronte vastissimo di lotta in cui l’attacco all’evasione fiscale può trovare consensi e “sponde”, come mai in passato."
E qui raggiungiamo il colmo, crede forse Antonio Carlo che la Confindustria ed il Governo non aspettassero altro che i suoi avvertimenti sulla minaccia determinata dall’evasione fiscale? Certo che un fronte comune tra Governo Sindacati e Confindustria (che bella ammucchiata) sarà certo in grado di invertire una tendenza nella quale loro stessi sono stati inevitabilmente coinvolti. Cosa crede Antonio Carlo: perché Sindacati e Confindustria stanno litigando sul TFR? Ma per accaparrarsi un finanziamento gratuito da investire in campo speculativo . E il Governo? Sta a guardare tanto in un modo o nell’altro entreranno più soldi dalla dinamica speculativa e maggiori saranno le possibilità per poter mantenere in vita la macchina governativa indipendentemente dal colore che ha.
E conclude
"Oggi in una situazione che presenta profili simili non mi meraviglierei se riemergessero prassi ed obbiettivi di un lontano passato.(l’autoriduzione delle bollette e la lotta per il salario degli anni 70) Come si vede le ipotesi e le prospettive di lotta non mancano, se il sistema sta impazzendo non dobbiamo subire passivamente la sua follia."
Invece le ipotesi e le prospettive mancano del tutto ed è impossibile per chiunque fare delle proposte immediate. La ripresa della lotta per il salario non la decidiamo noi od il buon Antonio Carlo ma i lavoratori che purtroppo vivono una condizione di piena concorrenza tra loro, la disoccupazione e la sottooccupazione non fanno altro che indebolire ormai una massa di lavoratori che si fa ricattare ogni giorno. Dovremmo far capire in qualche modo ai lavoratori che ormai costituiscono la stragrande maggioranza della società e che senza il loro consenso questo sistema cadrebbe in un batter d’occhio”. Ma come si può realizzare una cosa del genere quando coloro che dovrebbero avere a cuore il futuro dei lavoratori sono i primi a non averne fiducia? Ma è inutile quando un marxista cerca di fare proposte “risolutive” si scopre ed emerge sempre il solito keynesiano.
ante
Innanzitutto Antonio Carlo nel criticare i miti correnti presenti nella pubblicistica di sinistra e non, utilizza alcuni dati empirici che permettono di confutare la tesi alla moda dell’economia globale “governata” da un Impero. Le teorie sulla pianificazione introdotte da certe ideologie degli anni 70 sono state trasferite dal mito dello Stato Piano a quello dell’Impero–piano attraverso i suoi organismi internazionali sono frutto delle fantasie di qualche intellettuale di vecchio stile vista la condizione di totale anarchia in cui vive il capitalismo nell’epoca moderna. Ormai le previsioni del FMI o della Banca Mondiale vengono riviste a distanza di tempo sempre più ridotta. Interessante, ma solo accennata, la trasformazione della dinamica classica relativa all’accumulazione di capitale in speculazione globale che porta inevitabilmente l’attuale sistema economico verso il baratro. Purtroppo Antonio Carlo non va a fondo nell’analizzare la dinamica speculativa. Infatti l’autore mette si in evidenza l’incremento inusitato dell’indebitamento USA specie di quello privato ma si limita a giustificarlo esclusivamente sul versante dei consumi mentre gran parte di tale indebitamento ( come dimostrato da vari studi empirici) sarebbe causato dal trasferimento di capitale all’interno della speculazione sui titoli, sui bond e specie sui derivati.
Interessante la messa in discussione del mito del boom economico cinese ed indiano “L’impero di Cindia ovvero il miracolo di cartapesta”. Purtroppo l’autore accetta i dati ufficiali del PIL (forse non conosce i numerosi interventi che contestano i criteri di rilevazione dei dati statistici come quelli di Thomas Rawski) ma nonostante questo riesce a dimostrare l’infondatezza del possibile sviluppo futuro da grandi potenze di economie ancora al palo se raffrontate alle dinamiche di sviluppo che hanno caratterizzato il capitalismo nei paesi avanzati (come l’Inghilterra studiata da Marx e dai classici). Poi analizzando la trasformazione del capitalismo in una sorta di organismo malato caratterizzato da dinamiche criminali legate alla corruzione non riesce ad evitare il solito intervento, tipico di coloro che vogliono dare delle ricette, in cui propone degli interventi immediati, anche se più volte Carlo sottolinea la sua anima radicale. Ed è su questi che desidero dire qualcosa. Innanzitutto sul reddito di cittadinanza
"Già nel primo numero della rivista (da cui è stato tratto l’articolo)ho posto l’accento sulla centralità del reddito di cittadinanza, inteso però come reddito che remunera un lavoro, il c.d. lavoro di
impegno civile Questo tipo di obbiettivo ha una portata dirompente, perché si contrappone alla spinta del sistema che crea poco lavoro (e molta disoccupazione) subordinandolo al profitto; qui abbiamo una logica opposta (lavoro remunerato e non legato al profitto ma ai bisogni sociali) che, però, nasce da esigenze collettive non adeguatamente soddisfatte dal sistema."
In sostanza Carlo chiama reddito di cittadinanza il sussidio di disoccupazione presente nelle economie del Nord Europa che sta subendo nel corso del tempo un continuo ridimensionamento a causa del taglio allo stato sociale divenuto ormai una legge inevitabile per qualsiasi tipo di governo. In effetti il successo conseguito dai partiti conservatori nel Nord Europa non deve meravigliarci, anche l’adeguamento alle politiche di taglio adottate dai laburisti nel Regno Unito e non solo in questo paese. Ciò che rende impossibile una inversione di questo genere è la scelta ormai di massa operata dai lavoratori delle economie avanzate di spingere verso un netto ridimensionamento dello stato sociale a favore di un recupero salariale basato sul taglio delle tasse. Tale comportamento è dettato sostanzialmente dalla impossibilità di recupero salariale attraverso i vecchi sistemi della trattativa o attraverso l’assunzione di più lavori come negli anni 80-90. I lavoratori lo stato sociale se lo vogliono pagare da soli quando serve.
Come è possibile che uno stato moderno riesca a “tenere in piedi un difficile equilibrio tra spese(sempre elevate e necessarie) e tagli” come afferma in precedenza l’autore che aggiunge poco dopo “Dall’altra il peso crescente dell’indebitamento pubblico e privato può fare crollare l’economia, mentre lo Stato impoverito ed indebolito appare sempre più incapace di svolgere le sue funzioni tradizionali” Per cui oggettivamente incapace di invertire una tendenza verso i tagli. Non solo ma aggiunge lucidamente che i paesi sviluppati ormai ossessionati dal loro debito e dai servizi del debito non possono certo abbonare il debito dei paesi più poveri o cosiddetti emergenti “ come propone Bono degli U2, ma al “leader” della grande “rock band”, nessuno ha il coraggio di dire che se poi questo nobile atto di generosità fosse realizzato le più grandi unità del mondo economico occidentale farebbero un crack clamoroso. Più passa il tempo e più il debito cresce il che rende impensabile (in termini capitalistici) un suo annullamento, spingendo
sempre più i paesi emergenti verso la bancarotta. Il sistema ha creato una situazione ingovernabile, i paesi emergenti danzano sull’orlo del baratro ma un loro tonfo trascinerebbe anche noi."
Come è possibile in una condizione da cul de sac di questo genere illudersi che un governo possa concedersi il lusso di un “reddito di cittadinanza? E’ meno utopistico proporre la Dittatura del Proletariato
"Si pone allora un grosso nodo, come cioè sia possibile, qui ed ora, finanziare questo tipo di lavoro, e la fonte a mio avviso non può essere che la lotta all’evasione fiscale. Su questo terreno si aprono ampie prospettive di alleanza tra radicali e riformisti, e c’è la possibilità di fare leva su un cuneo, un conflitto che si delinea tra il capitale e lo stesso Stato-nazionale borghese."
Siamo ai sogni onirici, poco prima Carlo sottolinea il legame tra capitalismo criminale che ormai imperversa in tutti i campi, ed il sistema politico attraverso corruzione e tangenti che non risparmiano nemmeno i “riformisti” al governo cui fa appello l’autore per realizzare una lotta alla evasione senza quartiere. Come è possibile realizzare l’unità tra Riformisti e radicali (quali?)? E poi come si potrebbero delineare delle differenze tra riformisti e radicali in un governo che realizzi una battaglia totale all’evasione? Sarebbe forse un governo rivoluzionario…di questi tempi…no?)
Ma sia chiaro non è lo stato che si lascia corrompere ma tutti sono suscettibili alla corruzione quando l’unica possibilità di conseguire guadagni è determinata da una dinamica di realizzazione che ormai è data solo dalla speculazione (in ogni senso). Anche una associazione che si propone di aiutare qualche popolazione povera del terzo mondo è obbligata gioco forza a piegarsi alle esigenze del primo delinquente di turno per poter proseguire nelle sue attività (e di esempi ci ne sono a bizzeffe)
Infatti
"Anche in USA, le vicende delle IM del fumo e dei “fast food” (certo le meno strategiche ma pur sempre IM) è indicativa: le “class actions” giudiziarie promosse contro di esse da grossi gruppi di consumatori organizzati, hanno portato a condanne risarcitorie clamorose dell’ordine di miliardi (di dollari), nel più grande paese del mondo (economicamente parlando), patria delle più grosse IM, gruppi consistenti di cittadini (spesso organizzati in movimento),ottengono sentenze clamorose ed umilianti e ciò significa una svolta epocale, significa che si è eroso il consenso sociale al mondo degli affari e del capitale, che comincia ad essere screditato; per trovare una crisi di consenso simile occorre tornare indietro negli anni ’30, gli anni della Grande depressione."
Ma l’autore, forse illuso da qualche storiella rappresentata in qualche film di successo, non si rende conto che ormai esiste un business tra gli avvocati degli USA legato alle cause contro le multinazionali che stanno pagando gruppi di cittadini, quasi organizzati in Lobby, cifre irrisorie rispetto ai loro profitti, continuando imperterrite le loro attività
E in Italia?
"nell’ultimo trimestre dell’anno sono stati recuperati 2 miliardi di IVA evasa171; quanti intende
recuperarne Prodi nel 2007 con tutti i mezzi messi in campo, il che significa che il solo recupero IVA può realizzare l’intero obbiettivo (8 miliardi di euro l’anno)."
Che strano, il grande riformista al governo si è però premurato di realizzare, insieme al suo socio Padoa Schioppa, immediatamente una finanziaria da capogiro pressando ulteriormente i lavoratori dipendenti e non contenti stanno proponendo una riforma (?) delle pensioni che realizza la Maroni semplicemente diluendo nel tempo le uscite dal lavoro (gli scaloni) con una continua rincorsa (senza mai arrivarci) fino alla fatidica soglia dei 60 anni. La Germania, patria dello stato sociale con un sindacato potente come la IG Metall, ha riformato le pensioni adeguandosi a quanto sta accadendo nei vari paesi OCSE
"Epperò se i soldi che sottrae al Fisco venissero versati come dovuto potrebbero diventare reddito di cittadinanza che remunera il lavoro di impegno civile e quindi si creerebbero per altre vie, dei consumi, forse più consumi essenziali che macchine sportive, ma sarebbe questo un male?"
Ecco che Antonio Carlo ricade nella logica della pianificazione tanto criticata ai vecchi marpioni degli anni 70, e come loro sogna una pianificazione dal basso
"E’ evidente come anche per la Confindustria sia impossibile ignorare un problema esplosivo ed incancrenito, un problema che nei prossimi anni diventerà un nodo strategico dei vari conflitti, che vedranno impegnati il movimento, i sindacati, le forze politiche ed il governo (alle prese con la crisi fiscale) nonché il padronato, piccolo e grande che sia. Si apre, dunque, un fronte vastissimo di lotta in cui l’attacco all’evasione fiscale può trovare consensi e “sponde”, come mai in passato."
E qui raggiungiamo il colmo, crede forse Antonio Carlo che la Confindustria ed il Governo non aspettassero altro che i suoi avvertimenti sulla minaccia determinata dall’evasione fiscale? Certo che un fronte comune tra Governo Sindacati e Confindustria (che bella ammucchiata) sarà certo in grado di invertire una tendenza nella quale loro stessi sono stati inevitabilmente coinvolti. Cosa crede Antonio Carlo: perché Sindacati e Confindustria stanno litigando sul TFR? Ma per accaparrarsi un finanziamento gratuito da investire in campo speculativo . E il Governo? Sta a guardare tanto in un modo o nell’altro entreranno più soldi dalla dinamica speculativa e maggiori saranno le possibilità per poter mantenere in vita la macchina governativa indipendentemente dal colore che ha.
E conclude
"Oggi in una situazione che presenta profili simili non mi meraviglierei se riemergessero prassi ed obbiettivi di un lontano passato.(l’autoriduzione delle bollette e la lotta per il salario degli anni 70) Come si vede le ipotesi e le prospettive di lotta non mancano, se il sistema sta impazzendo non dobbiamo subire passivamente la sua follia."
Invece le ipotesi e le prospettive mancano del tutto ed è impossibile per chiunque fare delle proposte immediate. La ripresa della lotta per il salario non la decidiamo noi od il buon Antonio Carlo ma i lavoratori che purtroppo vivono una condizione di piena concorrenza tra loro, la disoccupazione e la sottooccupazione non fanno altro che indebolire ormai una massa di lavoratori che si fa ricattare ogni giorno. Dovremmo far capire in qualche modo ai lavoratori che ormai costituiscono la stragrande maggioranza della società e che senza il loro consenso questo sistema cadrebbe in un batter d’occhio”. Ma come si può realizzare una cosa del genere quando coloro che dovrebbero avere a cuore il futuro dei lavoratori sono i primi a non averne fiducia? Ma è inutile quando un marxista cerca di fare proposte “risolutive” si scopre ed emerge sempre il solito keynesiano.
ante
sabato, maggio 05, 2007
dalla mailing list di politica scolastica
"Segreto di Stato: a Genova ci fu un disegno repressivo, prima condanna per la Polizia del G8 del 2001
La censura da parte dei media è stata rigida ed assoluta: della sentenza di Genova non si doveva parlare. Infatti incredibilmente non ne ha scritto neanche il Manifesto e dovrebbe spiegare perché.
di Gennaro Carotenuto <http://www.gennarocarotenuto.it/ >
Alzi la mano chi ha saputo che la settimana scorsa a Genova c'è stata la prima condanna per i pestaggi della Polizia durante il G8 del 2001. Eppure la sentenza di Genova è un passaggio capitale per la ricostruzione della verità e la giustizia di quello che successe nel
capoluogo ligure oramai 6 anni fa. E ci spiega anche molto del disegno politico sotteso alla repressione.
Lo Stato è stato condannato a risarcire Marina Spaccini, 50 anni, pediatra triestina, volontaria per quattro anni in Africa, per il pestaggio che subì da parte della Polizia in via Assarotti, nel pomeriggio del 20 luglio 2001. Marina, come decine di migliaia di militanti cattolici della Rete Lilliput, era seduta, con le mani alzate dipinte di bianco, gridando 'non violenza', quando fu massacrata dalla Polizia. Questa si è difesa sostenendo (sic!) che non era possibile distinguere tra le mani dipinte di bianco di Marina e i Black Block. Per il giudice Angela Latella invece la selvaggia repressione genovese e la cortina di menzogne sollevata per coprirle- è stata una delle pagine più nere di tutta la storia della Polizia di Stato e per la prima volta ciò viene scritto in una sentenza. Non solo, è ben più grave quello che è scritto nella sentenza genovese. Quelle dei poliziotti non furono né iniziative isolate né eccessi, ma facevano parte di un disegno criminale. Si inizia a confermare in via processuale quello che chi scrive sostiene e scrive da sei anni. A Genova vi fu un disegno criminale selettivo da parte di apparati dello stato. Tale disegno era teso a terrorizzare non tanto la sinistra radicale ma il pacifismo cattolico, in particolare la Rete Lilliput, che per la prima volta in maniera così convinta e numerosa scendeva in piazza saldandosi in un unico enorme fronte antineoliberale con la sinistra. Le ragazze e i ragazzi delle parrocchie furono quelli che pagarono il prezzo più alto, soprattutto sabato. I loro spezzoni di corteo furono sistematicamente bersagliati dai lacrimogeni e centinaia di loro furono pestati selvaggiamente. Ma, soprattutto decine di migliaia di loro, e le loro famiglie, furono spaventati a morte in una logica pienamente terroristica. Quanti dopo Genova sono rimasti a casa?
Di fronte all'immagine sorda data dai grandi della terra, Bush, Blair, Berlusconi, quel movimento pacifico, colorato, credibile, fatto di persone serie e non dei pescecani rinchiusi nella città proibita, che si era riunito intorno alle proposte concrete per un nuovo mondo possibile del Genoa Social Forum, doveva essere schiacciato. Non lo sapevamo, ma mancavano 50 giorni all'11 settembre.
Riporto nel sito (RIPORTATO DI SEGUITO) <http://www.gennarocarotenuto.it/ >
l'articolo dell'eccellente Massimo Calandri, apparso SOLO sulle pagine genovesi di Repubblica lo scorso 29 aprile. E' normale secondo voi? Esiste ancora il diritto ad essere informati in questo paese? Prima condanna per le violenze delle forze dell'ordine contro i manifestanti: "Non furono iniziative isolate" G8, condannato il Ministero - Missionaria picchiata, risarciti invalidità e danni morali "Ho solo ottenuto quello che attendevo da 6 anni: giustizia"
MASSIMO CALANDRI
LA PRIMA condanna nei confronti del Ministero dell'Interno per le illecite e gratuite violenze dei suoi poliziotti è arrivata nei giorni scorsi, e cioè circa sei anni dopo la vergogna del G8 genovese. Ma le parole con cui il giudice istruttore Angela Latella ha motivato la sua decisione rinfrescano la memoria. Ricordando a tutti che quelle cariche sanguinarie,quelle teste rotte a manganellate, quei lacrimogeni sparati contro le persone inermi, non erano frutto dell'iniziativa isolata o dell'autonomo eccesso di qualche agente. Facevano invece parte di un più ampio disegno -così
come le menzogne raccontate più tardi per coprire le nefandezze - , che rappresenta una delle pagine più buie nella storia della Polizia di Stato. Il tribunale del capoluogo ligure ha dato ragione a Marina Spaccini, pediatra cinquantenne di origine triestina, pacifista che per quattro anni ha lavorato in due ospedali missionari del Kenia. Alle due del pomeriggio del 20 luglio, era il 2001, venne pestata a sangue in via Assarotti. Partecipava alla manifestazione della Rete Lilliput, era tra quelli che alzava in alto le mani dipinte di bianco urlando: "Non violenza!". Gli agenti e i loro capi avrebbero poi raccontato che stavano dando la caccia ad un gruppo di Black Bloc, che c'era una gran confusione e qualcuno tirava contro di loro le molotov, che non era possibile distinguere tra "buoni" e "cattivi": bugie smascherate nel corso del processo, come sottolineato dal giudice. I cattivi c'erano per davvero, ed erano i poliziotti che a bastonate aprirono una vasta ferita sulla fronte della pediatra triestina. Dal momento che quegli agenti, come in buona parte degli episodi legati al vertice, non sono stati identificati, Angela Latella ha deciso di condannare il Ministero dell'Interno. La cifra che verrà pagata a Marina Spaccini non è certo clamorosa - cinquemila euro tra invalidità, danni morali ed esistenziali - , ma il punto è evidentemente un altro. «Se risulta chiaramente che la Spaccini sia stata oggetto di un atto di violenza da parte di un appartenente alle forze di polizia - scrive il giudice - , non si può neppure porre in dubbio che non si sia trattato né di un'iniziativa isolata, di un qualche autonomo
eccesso da parte di qualche agente, né di un fatale inconveniente durante una legittima operazione di polizia volta e riportare l'ordine pubblico gravemente messo in pericolo». Perché l'intervento della polizia non fu «legittimo», è ormai abbastanza chiaro. Lo hanno confermato i testimoni e in un certo senso gli stessi poliziotti e funzionari, con le loro contraddizioni: «Gli aggressori erano diverse decine; l'ordine era di caricarli, disperderli ed arrestarli», hanno detto, interrogati. Ma poi risulta che furono arrestati solo due ragazzi (non feriti), la cui posizione fu in seguito peraltro archiviata. La pacifista era assistita dagli avvocati Alessandra Ballerini e Marco Vano. Il giudice ha sottolineato come fotografie e filmati portati in aula «siano stati illuminanti»: «Si vedono ammanettare persone vestite normalmente; più poliziotti colpire con i manganelli una persona a terra, inerme. La stessa Spaccini è una persona di cinquant'anni, di cui giustamente si sottolinea l'aspetto mite». E poi, le testimonianze come quella di una signora settantenne che parla di una «manifestazione assolutamente pacifica e allegra» e di aver quindi visto agenti «bastonare ferocemente persone con le mani alzate ed inermi come lei». Marina Spaccini ha accolto il giudizio con un sorriso: «Era semplicemente quello che attendevo da sei anni. Giustizia»."
La censura da parte dei media è stata rigida ed assoluta: della sentenza di Genova non si doveva parlare. Infatti incredibilmente non ne ha scritto neanche il Manifesto e dovrebbe spiegare perché.
di Gennaro Carotenuto <http://www.gennaroc
Alzi la mano chi ha saputo che la settimana scorsa a Genova c'è stata la prima condanna per i pestaggi della Polizia durante il G8 del 2001. Eppure la sentenza di Genova è un passaggio capitale per la ricostruzione della verità e la giustizia di quello che successe nel
capoluogo ligure oramai 6 anni fa. E ci spiega anche molto del disegno politico sotteso alla repressione.
Lo Stato è stato condannato a risarcire Marina Spaccini, 50 anni, pediatra triestina, volontaria per quattro anni in Africa, per il pestaggio che subì da parte della Polizia in via Assarotti, nel pomeriggio del 20 luglio 2001. Marina, come decine di migliaia di militanti cattolici della Rete Lilliput, era seduta, con le mani alzate dipinte di bianco, gridando 'non violenza', quando fu massacrata dalla Polizia. Questa si è difesa sostenendo (sic!) che non era possibile distinguere tra le mani dipinte di bianco di Marina e i Black Block. Per il giudice Angela Latella invece la selvaggia repressione genovese e la cortina di menzogne sollevata per coprirle- è stata una delle pagine più nere di tutta la storia della Polizia di Stato e per la prima volta ciò viene scritto in una sentenza. Non solo, è ben più grave quello che è scritto nella sentenza genovese. Quelle dei poliziotti non furono né iniziative isolate né eccessi, ma facevano parte di un disegno criminale. Si inizia a confermare in via processuale quello che chi scrive sostiene e scrive da sei anni. A Genova vi fu un disegno criminale selettivo da parte di apparati dello stato. Tale disegno era teso a terrorizzare non tanto la sinistra radicale ma il pacifismo cattolico, in particolare la Rete Lilliput, che per la prima volta in maniera così convinta e numerosa scendeva in piazza saldandosi in un unico enorme fronte antineoliberale con la sinistra. Le ragazze e i ragazzi delle parrocchie furono quelli che pagarono il prezzo più alto, soprattutto sabato. I loro spezzoni di corteo furono sistematicamente bersagliati dai lacrimogeni e centinaia di loro furono pestati selvaggiamente. Ma, soprattutto decine di migliaia di loro, e le loro famiglie, furono spaventati a morte in una logica pienamente terroristica. Quanti dopo Genova sono rimasti a casa?
Di fronte all'immagine sorda data dai grandi della terra, Bush, Blair, Berlusconi, quel movimento pacifico, colorato, credibile, fatto di persone serie e non dei pescecani rinchiusi nella città proibita, che si era riunito intorno alle proposte concrete per un nuovo mondo possibile del Genoa Social Forum, doveva essere schiacciato. Non lo sapevamo, ma mancavano 50 giorni all'11 settembre.
Riporto nel sito (RIPORTATO DI SEGUITO) <http://www.gennaroc
l'articolo dell'eccellente Massimo Calandri, apparso SOLO sulle pagine genovesi di Repubblica lo scorso 29 aprile. E' normale secondo voi? Esiste ancora il diritto ad essere informati in questo paese? Prima condanna per le violenze delle forze dell'ordine contro i manifestanti: "Non furono iniziative isolate" G8, condannato il Ministero - Missionaria picchiata, risarciti invalidità e danni morali "Ho solo ottenuto quello che attendevo da 6 anni: giustizia"
MASSIMO CALANDRI
LA PRIMA condanna nei confronti del Ministero dell'Interno per le illecite e gratuite violenze dei suoi poliziotti è arrivata nei giorni scorsi, e cioè circa sei anni dopo la vergogna del G8 genovese. Ma le parole con cui il giudice istruttore Angela Latella ha motivato la sua decisione rinfrescano la memoria. Ricordando a tutti che quelle cariche sanguinarie,
come le menzogne raccontate più tardi per coprire le nefandezze - , che rappresenta una delle pagine più buie nella storia della Polizia di Stato. Il tribunale del capoluogo ligure ha dato ragione a Marina Spaccini, pediatra cinquantenne di origine triestina, pacifista che per quattro anni ha lavorato in due ospedali missionari del Kenia. Alle due del pomeriggio del 20 luglio, era il 2001, venne pestata a sangue in via Assarotti. Partecipava alla manifestazione della Rete Lilliput, era tra quelli che alzava in alto le mani dipinte di bianco urlando: "Non violenza!". Gli agenti e i loro capi avrebbero poi raccontato che stavano dando la caccia ad un gruppo di Black Bloc, che c'era una gran confusione e qualcuno tirava contro di loro le molotov, che non era possibile distinguere tra "buoni" e "cattivi": bugie smascherate nel corso del processo, come sottolineato dal giudice. I cattivi c'erano per davvero, ed erano i poliziotti che a bastonate aprirono una vasta ferita sulla fronte della pediatra triestina. Dal momento che quegli agenti, come in buona parte degli episodi legati al vertice, non sono stati identificati, Angela Latella ha deciso di condannare il Ministero dell'Interno. La cifra che verrà pagata a Marina Spaccini non è certo clamorosa - cinquemila euro tra invalidità, danni morali ed esistenziali - , ma il punto è evidentemente un altro. «Se risulta chiaramente che la Spaccini sia stata oggetto di un atto di violenza da parte di un appartenente alle forze di polizia - scrive il giudice - , non si può neppure porre in dubbio che non si sia trattato né di un'iniziativa isolata, di un qualche autonomo
eccesso da parte di qualche agente, né di un fatale inconveniente durante una legittima operazione di polizia volta e riportare l'ordine pubblico gravemente messo in pericolo». Perché l'intervento della polizia non fu «legittimo», è ormai abbastanza chiaro. Lo hanno confermato i testimoni e in un certo senso gli stessi poliziotti e funzionari, con le loro contraddizioni: «Gli aggressori erano diverse decine; l'ordine era di caricarli, disperderli ed arrestarli», hanno detto, interrogati. Ma poi risulta che furono arrestati solo due ragazzi (non feriti), la cui posizione fu in seguito peraltro archiviata. La pacifista era assistita dagli avvocati Alessandra Ballerini e Marco Vano. Il giudice ha sottolineato come fotografie e filmati portati in aula «siano stati illuminanti»: «Si vedono ammanettare persone vestite normalmente; più poliziotti colpire con i manganelli una persona a terra, inerme. La stessa Spaccini è una persona di cinquant'anni, di cui giustamente si sottolinea l'aspetto mite». E poi, le testimonianze come quella di una signora settantenne che parla di una «manifestazione assolutamente pacifica e allegra» e di aver quindi visto agenti «bastonare ferocemente persone con le mani alzate ed inermi come lei». Marina Spaccini ha accolto il giudizio con un sorriso: «Era semplicemente quello che attendevo da sei anni. Giustizia»."
martedì, maggio 01, 2007
Piani di zona a Napoli
Ad una ricerca veloce sui piani di zona a Napoli si trova pochissimo, quasi niente e per giunta relativa a tre-quattro anni fa. Un definizione chiara di cosa sono i piano di zona l'ho trovata sul sito sociale della regione Emilia-Romagna
"Piani Sociali di Zona (PdZ) sono lo strumento fondamentale per definire e costruire il sistema integrato di interventi e servizi sociali così come delineato agli artt. 2 e 3 della L.R. 12 marzo 2003, n. 2 di recente approvazione, ovvero di un sistema che mette in relazione i vari soggetti operanti sul territorio, istituzionali e non, con l´obiettivo di sviluppare e qualificare i servizi sociali per renderli flessibili e adeguati ai bisogni della popolazione. In quest´ottica la scelta della Regione Emilia-Romagna è stata di prevedere PdZ di livello sovracomunale, coincidente con l´ambito dei distretti sanitari: i Comuni associati a livello del distretto programmano il sistema dell´offerta al cittadino in area sociale, e in collaborazione con le Az.Usl integrano la programmazione sociale con quella sanitaria per offrire risposte unitarie e coerenti al bisogno di salute e benessere dei cittadini di uno stesso territorio.Il processo di costruzione dei PdZ parte dal territorio e si sviluppa sia attraverso il lavoro dei Comitati di Distretto, per la parte politica, sia attraverso il lavoro di tavoli tecnici e tematici cui partecipano non solo le istituzioni (in particolare Regione, Province, Comuni, Aziende USL, alcune amministrazioni statali), ma anche le IPAB, il mondo della cooperazione sociale e del volontariato, le organizzazioni sindacali e varie forme di associazionismo."
E poi qui per quanto riguarda edscuola-handicap
Su questo sito l'aggiornamento è fino al 2005: welfare dei Comuni e delle Unioni
la domanda è: che nesso c'è tra i piani di zona e l'applicabilità del reddito di cittadinanza?
"Piani Sociali di Zona (PdZ) sono lo strumento fondamentale per definire e costruire il sistema integrato di interventi e servizi sociali così come delineato agli artt. 2 e 3 della L.R. 12 marzo 2003, n. 2 di recente approvazione, ovvero di un sistema che mette in relazione i vari soggetti operanti sul territorio, istituzionali e non, con l´obiettivo di sviluppare e qualificare i servizi sociali per renderli flessibili e adeguati ai bisogni della popolazione. In quest´ottica la scelta della Regione Emilia-Romagna è stata di prevedere PdZ di livello sovracomunale, coincidente con l´ambito dei distretti sanitari: i Comuni associati a livello del distretto programmano il sistema dell´offerta al cittadino in area sociale, e in collaborazione con le Az.Usl integrano la programmazione sociale con quella sanitaria per offrire risposte unitarie e coerenti al bisogno di salute e benessere dei cittadini di uno stesso territorio.Il processo di costruzione dei PdZ parte dal territorio e si sviluppa sia attraverso il lavoro dei Comitati di Distretto, per la parte politica, sia attraverso il lavoro di tavoli tecnici e tematici cui partecipano non solo le istituzioni (in particolare Regione, Province, Comuni, Aziende USL, alcune amministrazioni statali), ma anche le IPAB, il mondo della cooperazione sociale e del volontariato, le organizzazioni sindacali e varie forme di associazionismo."
E poi qui per quanto riguarda edscuola-handicap
Su questo sito l'aggiornamento è fino al 2005: welfare dei Comuni e delle Unioni
la domanda è: che nesso c'è tra i piani di zona e l'applicabilità del reddito di cittadinanza?
domenica, aprile 15, 2007
Dedicato agli amici di Crisiecompagni e a tutti gli altri....
La paranza di Daniele Silvestri
Mi sono innamorato di una stronza
Ci vuole una pazienza
Io però ne son rimasto senza
Era molto meglio pure una credenza
Un fritto dii paranza., paranza...paranza
La paranza e una danza
Che ebbe origine sull’isola di Ponza
Dove senza concorrenza
Seppe imporsi a tutta la cittadinanza
É una danza
Ma si pensa rappresenti l’abbandono di una stronza
Dal calvario alla partenza
Fino al grido conclusivo di esultanza
Uomini uomini c’è ancora una speranza
Prima che un gesto vi rovini l’esistenza
Prima che un giudice vi chiami per l’udienza
Vi suggerisco un cambio di residenza E poi ci vuole solo un poco di pazienza
Qualche mese e già nessuno nota più l’assenza
La panacea di tutti i mali è la distanza E poi ci si consola Con la paranza
La paranza e una danza
Che si balla nella latitanza
Con prudenza E eleganza
E con un lento movimento de panza
La paranza e una danza
Che si balla nella latitanza
Con prudenza E eleganza E con un lento movimento de panza
Cosi da Genova puoi scendere a Cosenza
Come da Brindisi salire su in Brianza Uno di Cogne andrà a Taormina in prima istanza
Uno di Trapani? Forse Provenza No no no non è possibile
Non è raccomandabile Fare ritorno al luogo originario di partenza
Ci sono regole precise in latitanza E per resistere c’è la paranza
La paranza È una danza che si balla nella latitanza
Con prudenza, E eleganza E con un lento movimento de panza
Dimmi che mi ami che mi ami E quando ti allontani Per prima cosa mi richiami
In ogni caso è molto meglio se rimani Se rimandi a domani Dimmi che ci tieni che ci tieni
E pure se non vieni
In ogni caso mi appartieni E che ti manco più dell’aria che respiri Più di prima Più di ieri
Dov’è dov’è Tutti si chiedono Dov’è dov’è Ma non mi trovano
Lo sai che c’è’ Che sto benissimo Fintanto che Sto a piede libero
E poi perchè Ritornare da lei
Quando per lei è sempre stato meglio senza di me
Non riusciranno a prendermi
Io resto qui
La paranza es un baile Que se baila con la latitanza Con prudencia y elegancia Y con un lento movimiento de panza La paranza es un baile Que se baila con la latitanza Con prudencia y elegancia Y con un lento movimiento de panza
E se io latito latito
Mica faccio un illecito
Se non sai dove abito Se non entro nel merito
Se non vado a discapito Dei miei stessi consimili
Siamo uomini liberi Siamo uomini liberi
Stiamo comodi comodi Sulle stuoie di vimini
Sulle spiagge di Rimini Sull’atollo di Bimini
Latitiamo da anni Con i soliti inganni Ma non latiti tanto quando capiti a pranzo
E se io latito latito....
Mi sono innamorato di una stronza
Ci vuole una pazienza
Io però ne son rimasto senza
Era molto meglio pure una credenza
Un fritto dii paranza., paranza...paranza
La paranza e una danza
Che ebbe origine sull’isola di Ponza
Dove senza concorrenza
Seppe imporsi a tutta la cittadinanza
É una danza
Ma si pensa rappresenti l’abbandono di una stronza
Dal calvario alla partenza
Fino al grido conclusivo di esultanza
Uomini uomini c’è ancora una speranza
Prima che un gesto vi rovini l’esistenza
Prima che un giudice vi chiami per l’udienza
Vi suggerisco un cambio di residenza E poi ci vuole solo un poco di pazienza
Qualche mese e già nessuno nota più l’assenza
La panacea di tutti i mali è la distanza E poi ci si consola Con la paranza
La paranza e una danza
Che si balla nella latitanza
Con prudenza E eleganza
E con un lento movimento de panza
La paranza e una danza
Che si balla nella latitanza
Con prudenza E eleganza E con un lento movimento de panza
Cosi da Genova puoi scendere a Cosenza
Come da Brindisi salire su in Brianza Uno di Cogne andrà a Taormina in prima istanza
Uno di Trapani? Forse Provenza No no no non è possibile
Non è raccomandabile Fare ritorno al luogo originario di partenza
Ci sono regole precise in latitanza E per resistere c’è la paranza
La paranza È una danza che si balla nella latitanza
Con prudenza, E eleganza E con un lento movimento de panza
Dimmi che mi ami che mi ami E quando ti allontani Per prima cosa mi richiami
In ogni caso è molto meglio se rimani Se rimandi a domani Dimmi che ci tieni che ci tieni
E pure se non vieni
In ogni caso mi appartieni E che ti manco più dell’aria che respiri Più di prima Più di ieri
Dov’è dov’è Tutti si chiedono Dov’è dov’è Ma non mi trovano
Lo sai che c’è’ Che sto benissimo Fintanto che Sto a piede libero
E poi perchè Ritornare da lei
Quando per lei è sempre stato meglio senza di me
Non riusciranno a prendermi
Io resto qui
La paranza es un baile Que se baila con la latitanza Con prudencia y elegancia Y con un lento movimiento de panza La paranza es un baile Que se baila con la latitanza Con prudencia y elegancia Y con un lento movimiento de panza
E se io latito latito
Mica faccio un illecito
Se non sai dove abito Se non entro nel merito
Se non vado a discapito Dei miei stessi consimili
Siamo uomini liberi Siamo uomini liberi
Stiamo comodi comodi Sulle stuoie di vimini
Sulle spiagge di Rimini Sull’atollo di Bimini
Latitiamo da anni Con i soliti inganni Ma non latiti tanto quando capiti a pranzo
E se io latito latito....
giovedì, marzo 29, 2007
Ondina se ne va
[...]Non ci sono domande nella mia vita.
Amo l'acqua, la sua densa trasparenza,
il verde nell'acqua e le mute creature
(muta saro' presto anch'io!),
e i miei capelli, tra quelle, nell'acqua ...
L'umida barriera tra me e me.[...]
Non avevo bisogno di essere mantenuta,
non pretendevo dichiarazioni o promesse solenni,
solo aria,
aria notturna, aria costiera, aria di confine,
per poter ogni volta riprendere fiato
per nuove parole, nuovi baci,
per una confessione senza fine:
Si'. Si'.
Dopo aver reso la mia confessione
ero condannata ad amare;
quando un bel giorno mi liberavo dell'amore
ero costretta a ritornare nell'acqua,
nell'elemento dove nessuno si prepara un nido,
si costruisce un tetto sotto le travi,
si rifugia sotto un telone.
Non essere in nessun luogo, in nessun luogo restare.
Tuffarsi, riposare muoversi
senza spreco di forze...
[...]
Ingeborg Bachmann, Il Trentesimo anno
Amo l'acqua, la sua densa trasparenza,
il verde nell'acqua e le mute creature
(muta saro' presto anch'io!),
e i miei capelli, tra quelle, nell'acqua ...
L'umida barriera tra me e me.[...]
Non avevo bisogno di essere mantenuta,
non pretendevo dichiarazioni o promesse solenni,
solo aria,
aria notturna, aria costiera, aria di confine,
per poter ogni volta riprendere fiato
per nuove parole, nuovi baci,
per una confessione senza fine:
Si'. Si'.
Dopo aver reso la mia confessione
ero condannata ad amare;
quando un bel giorno mi liberavo dell'amore
ero costretta a ritornare nell'acqua,
nell'elemento dove nessuno si prepara un nido,
si costruisce un tetto sotto le travi,
si rifugia sotto un telone.
Non essere in nessun luogo, in nessun luogo restare.
Tuffarsi, riposare muoversi
senza spreco di forze...
[...]
Ingeborg Bachmann, Il Trentesimo anno
giovedì, marzo 15, 2007
Conclusioni di Fumagalli
Nell'articolo su Posse, le conclusioni di F.
1.non c'è vincolo di bilancio per dare un sussidio di 55o euro mensili a tutti i disoccupati/e e il reperimento delle risorse è già possibile 2. il discorso finanziario per un rde è diverso: a ragion veduta esso non può essere erogato in modo universale e incondizionato perchè le risorse per tutti non sono sufficienti; esso però può essere uno strumento compatibile. Tuttavia rispetto all'idea di un capitalismo cognitivo, il cui problema è la misurazione quantitativa, si possono ipotizzare tasse proprio su quegli elemeti che sono oggetto del capitalismo cognitivo, vale a dire ambiente, teeritorio, conoscenza. Quindi la riforma fiscale dovrebbe procedere con una tassazione delle aliquote sui flussi di reddito, una carbon tax, una tobin tax e una tassa sui copyright. Cioè si vanno a tassare quei nuovi settori che sfruttano beni comuni. Il coordinamento deve essere a livello sopranazionale. Un punto nodale è poi il ruolo dei comuni per quanto riguarda il finanziamento delle proprie attività.
Alla fine: progressività delle imposte.
Ora mi chiedo: quale sarà proprio il ruolo degli enti locali sul piano della gestione finanziaria delle risorse, soprattutto degli enti già indebitati fino al collo nei settori ad es. della sanità. Poi non capisco bene il meccanismo attuale per cui gli enti possono emettere titoli sul mercato per autofinanziarsi. Infine in questo modo il rde diventa di nuovo universale e incondizionato?
1.non c'è vincolo di bilancio per dare un sussidio di 55o euro mensili a tutti i disoccupati/e e il reperimento delle risorse è già possibile 2. il discorso finanziario per un rde è diverso: a ragion veduta esso non può essere erogato in modo universale e incondizionato perchè le risorse per tutti non sono sufficienti; esso però può essere uno strumento compatibile. Tuttavia rispetto all'idea di un capitalismo cognitivo, il cui problema è la misurazione quantitativa, si possono ipotizzare tasse proprio su quegli elemeti che sono oggetto del capitalismo cognitivo, vale a dire ambiente, teeritorio, conoscenza. Quindi la riforma fiscale dovrebbe procedere con una tassazione delle aliquote sui flussi di reddito, una carbon tax, una tobin tax e una tassa sui copyright. Cioè si vanno a tassare quei nuovi settori che sfruttano beni comuni. Il coordinamento deve essere a livello sopranazionale. Un punto nodale è poi il ruolo dei comuni per quanto riguarda il finanziamento delle proprie attività.
Alla fine: progressività delle imposte.
Ora mi chiedo: quale sarà proprio il ruolo degli enti locali sul piano della gestione finanziaria delle risorse, soprattutto degli enti già indebitati fino al collo nei settori ad es. della sanità. Poi non capisco bene il meccanismo attuale per cui gli enti possono emettere titoli sul mercato per autofinanziarsi. Infine in questo modo il rde diventa di nuovo universale e incondizionato?
reddito di esistenza
La definizione di reddito di esistenza secondo Fumagalli è quello di una nuova misura redistributiva adeguata alle forme di accumulazione del capitalismo cognitivo occidentale. Esso è una misura che restituisce e redistribuisce una ricchezza precedentemente prodotta e quindi non può essere annoverata nelle misure di tipo assistenziale. In un recente articolo pubblicato su Posse. Potere precario, egli si concentra sulla considerazione di praticabilità di questa misura nella Provincia di Milano e sostiene che 1. la sperimentazione debba avvenire in via graduale partendo dalle situazioni più a rischio, in un arco di tempo stabilito e di cui tutti i residenti sono a conoscenza e consapevoli, 2. l'attivazione di innovazioni fiscali e finanziarie per reperire le risorse adeguate, redistribuendo il carico fiscale. Il quanto è fissato al livello della soglia di povertà relativa individuale che dovrebbe essere di 550 euro al mese. Ho trovato interessante l'apertura dell'analisi ai piani di zona, di cui non ne conoscevo l'importanza. I comuni ogni anno inviano all'ASL e alla Regione alcune schede relative alla spesa sociale per aree d'intervento: anziani, disabili, minori-famiglia, immigrazione, emarginazione-dipendenze, salute mentale, servizi-socio-sanitari. In questo modo si distinguono altre sotto-aree e i canali di finanziamento.Quante aree ci saranno in Campania? I comuni sono così divisi in aree di grandezza e a ciascuno di essi poi sono destinati risorse. Secondo Fumagalli dalla fiscalità generale e dalla revisione delle imposte in base alla capacità contributiva si possono recuperare le somme per finanziare il rde. Sarebbe interessante un case-study su Napoli. Sapete se ci sono cose a riguardo?
domenica, marzo 11, 2007
Il nuovo blog di Crisi e conflitti
A questo indirizzo potete trovare un nuovo blog della rivista: http://crisieconflitti1.ilcannocchiale.it/
Giocheremo su tutti e due, vediamo che succede;-))
Giocheremo su tutti e due, vediamo che succede;-))
giovedì, marzo 08, 2007
Risposta ad Andrea Vitale
La lettura delle tue osservazioni critiche è stata così stimolante da indurmi a riprendere alcune tue riflessioni al fine di chiarire le mie tesi e porti, a mia volta, alcuni problemi.A tuo parere, la periodizzazione del capitalismo in fordismo e postfordismo è inaccettabile per quattro motivi fondamentali: 1) il fordismo, come forma di organizzazione del processo industriale, è storicamente nato in una fase economica con delle caratteristiche diametralmente opposte a quelle del secondo dopoguerra; 2) è errato attribuire a modelli di organizzazione del lavoro aspetti specifici delle fasi economiche; 3) l’analisi è inficiata dal carattere speculativo della comparazione a fronte dell’esigenza di analisi concrete; 4); l’assenza della concezione dello Stato come dittatura di classe.Procediamo in ordine ed analizziamo da vicino le obiezioni sopra elencate.Per quanto concerne la prima – il fordismo è storicamente nato in una fase economica con delle caratteristiche diametralmente opposte a quelle del secondo dopoguerra – non ci sono dubbi che esso sia nato nella prima metà del ‘900, un periodo, come dici tu, “squassato da immani crisi e distruzioni totali”. Ma guardando meglio da vicino tale età storica scopriamo che il fordismo come forma di organizzazione del lavoro è stato introdotto da Ford, sulla base degli studi di Taylor, negli USA a partire dal 1908, per la produzione in serie della prima automobile utilitaria, - il modello T - passando in un ventennio da un’iniziale produzione di 200 esemplari ad una produzione di 40.000 autovetture nel 1929.Già questo dato dovrebbe farci riflettere sulle condizioni tutt’altro che critiche della fase economica USA. In effetti, all’inizio del ‘900 gli USA hanno conosciuto una crescita economica che non ha eguali negli altri paesi industrializzati dell’epoca. Il che consentirà loro di uscire dalla Prima guerra mondiale tra le potenze vincitrici senza avere subito distruzioni e di scalzare la Gran Bretagna da paese leader economico internazionale. La crescita si arresterà solo nel 1929 con una delle più devastanti crisi economiche che la recente storia ricordi. Solo dopo il secondo dopoguerra il fordismo è divenuto un modello vincente da imitare e/o esportare nelle altre nazioni.In sintesi, nato negli USA in una fase espansiva della loro economia, il fordismo diventa un modello vincente a livello internazionale solo dopo la Seconda guerra mondiale quando i paesi europei fanno registrare dal ’45 al ’75 tassi di crescita ineguagliabili: il famoso “glorioso trentennio”. Dunque, sia per la sua nascita sia per la sua affermazione è possibile constatare un nesso preciso tra crescita economica ed organizzazione fordista del lavoro, contrariamente a quanto affermi nella tua lettera.Per quanto riguarda la seconda critica – è errato l’attribuire a modelli di organizzazione del lavoro aspetti specifici delle fasi economiche – devo osservare che sono in buona compagnia, in quanto molti sociologi ed economisti di orientamento marxista fanno la stessa cosa (Revelli, Fumagalli, Bonomi etc.). Ma non voglio controbattere a delle osservazioni intelligentemente critiche opponendovi stupidamente un “principio di autorità”, voglio solo indurti a riflettere sul fatto che le modalità dominanti di organizzazione dei processi di produzione e di sfruttamento della forza lavoro, pur costituendo la base reale di un progetto politico di emancipazione, non possono essere analizzate come atomi a se stanti, onde non correre il rischio di cadere in una visione atomistica e deterministica dei rapporti sociali, che da un punto di vista politico ci può indurre al settarismo.In effetti, come ho precisato nell’articolo (p. 14), bisogna fare riferimento al concetto marxiano di “totalità organica”, per cogliere i nessi tra le varie sfere dell’attività umana: produzione, distribuzione, scambio, politica, ideologia.Nella fattispecie la predominanza di alcuni assetti produttivi, e quindi le diverse forme di comando tra capitale e lavoro, non si comprendono semplicemente sulla base di un’analisi incentrata sulla sola fabbrica. Il just time, la lean production, la precarizzazione e l’individualizzazione dei rapporti di lavoro, i gruppi di qualità, così come gli altri aspetti organizzativi e tecnologici del postfordismo, vanno spiegati in relazione alla tendenziale saturazione dei mercati, alla globalizzazione dell’economia, all’esigenza di frantumare la classe in moltitudine, etc. Sono, nell’insieme, una risposta economica e politica che il capitalismo ha dato agli alti livelli di conflittualità espressi dalle classi lavoratrici sino agli anni ‘70Il particolare va analizzato criticamente in relazione al generale. E’ questa la grande lezione metodologica marxiana ai fini dell’elaborazione di una teoria critica dell’esistente, altrimenti rischiamo di cadere nelle tentazione degli opposti monismi – quello idealistico da un lato e quello positivistico ed empiristico dall’altro – entrambi acritici ed infruttuosi rispetto alla nostra finalità politica tesa al superamento dell’esistente.Per quanto riguarda la terza obiezione – il carattere speculativo della mia impostazione metodologica in contraddizione con la premessa iniziale – mi permetto di dissentire sulla base di alcune considerazioni specifiche.Innanzitutto, i modelli idealtipici, per loro stessa definizione, non avanzano nessuna pretesa di realtà come le ipostasi ideologiche e/o speculative da me criticate nella prima parte dell’articolo, ma si caratterizzano per una valenza esclusivamente euristica, conoscitiva e non essenzialistica. In quanto tali devono estremizzare le caratteristiche peculiari di un oggetto o di una tendenza, onde chiarirne concettualmente le differenze. Inoltre, essi non vengono costruiti sulla base di speculazioni aprioristiche, ma, coerentemente allo schema marxiano concreto-astratto-concreto, sono elaborati sulla base di precise analisi empiriche di sociologi ed economisti quali Carlo, Revelli, Rifkin, Bonomi etc. e successivamente verificate sulla base di tendenze e processi reali analizzati dagli stessi studiosi.Come ci ha insegnato Marx, l’analisi parte dai processi reali per giungere all’individuazione delle caratteristiche di fondo e delle tendenze generali, fermo restando che nell’opera di sintesi ed esposizione le conclusioni possono apparire come premesse. A questo proposito, nel proscritto del 1873 alla seconda edizione del Capitale, Marx osserva:Certo, il modo di esporre un argomento deve distinguersi formalmente dal modo di compiere l’indagine. L’indagine deve appropriarsi il materiale nei particolari, deve analizzare le sue differenti forme di sviluppo e deve rintracciarne l’interno concatenamento. Solo dopo che è stato compiuto questo lavoro, il movimento reale può essere esposto in maniera conveniente. Se questo riesce, e se la vita del materiale si presenta ora idealmente riflessa, può sembrare che si abbia a che fare con una costruzione a priori.Se mi fossi attenuto al livello ideologico non solo non sarei giunto alla conclusione che tra fordismo e postfordismo vi è continuità per quanto attiene i rapporti di comando capitale/lavoro, ma non avrei neanche colto sia il carattere mistificatorio e/o funzionale al capitale della rivalutazione della soggettività operaia – negando, così, l’alienazione, lo sfruttamento e i rapporti di comando e controllo tipici delle aziende, nonché la loro radicalizzazione – sia la sincronicità tra i diversi modelli organizzativi e le varie figure del lavoro. Tutti aspetti che ho individuato e denunciato (cfr. articolo pp. 24-30) e che tu, nella disamina dell’articolo, non hai colto o sottovalutato, pervenendo nella lettera alle mie stesse conclusioni: il carattere alienante di entrambe le forme di produzione. La discontinuità è individuata nelle diverse caratteristiche della fase economica, giungendo alla conclusione che il capitalismo mostra sempre di più il suo vero volto, facendo entrare in rotta di collisione sviluppo e socialità, crescita e coesione sociale, come non avveniva durante la fase fordista, caratterizzata, per quanto concerne il mercato del lavoro, da una tendenziale piena occupazione ed omogeneità delle condizioni contrattuali e dei diritti sociali, a fronte degli attuali processi di delocalizzazione, ristrutturazione, esternalizzazione, precarizzazione, individualizzazione contrattuale e disoccupazione crescenti. Processi sociali e tendenze queste che, se rimaniamo “chiusi” nel solo lavoro di analisi critica e di pratica politica all’interno delle fabbriche, non riusciamo a cogliere nella loro valenza negativa a livello territoriale e sociale, precludendoci la possibilità di comprendere criticamente le esplosioni di rabbia delle periferie delle megalopoli e delle metropoli sudamericane, francesi, statunitensi etc. (cfr. il caso esemplare delle banlieus francesi). Non ci fanno intercettare le nuove figure del lavoro, i nuovi bisogni, le nuove forme di sfruttamento, le nuove rabbie e le nuove frustrazioni, relegandoci ad una condizione marginale.Infine per quanto riguarda la concezione dello Stato, se non vogliamo limitarci a proclamare in modo ideologico la sua natura di classe, ne dobbiamo cogliere le concrete trasformazioni storiche, che sono una risposta ai processi di lotta. Lo Stato erogatore di servizi nei confronti del capitale testimonia la crisi del sistema non la sua forza, ne svela la sua natura di classe in modo storicamente determinato nell’età della globalizzazione, erodendo tutti quei diritti e quelle garanzie che nella fase precedente erano state conquistate dal movimento operaio e dalle altre classi lavoratrici contribuendo ad acuire la crisi anziché razionalizzarla.Scusami per la lunghezza della lettera, ma ritengo che sia stato necessario chiarire gli snodi problematici da te argutamente posti, proprio al fine di ribadirti, in qualità di rappresentate di un’associazione operaista, l’invito a partecipare ad un Forum sulle trasformazioni del lavoro, in modo tale da mettere in rete il meritorio lavoro politico, che svolgete nelle fabbriche, con le altre figure del lavoro e gli altri luoghi della produzione capitalista. Partire dalla fabbrica (ma quale fabbrica? solo quella fordista o anche quella diffusa sul territorio?) va bene, proprio per ribadire il carattere di espropriazione del modo di produzione capitalistico, ma rimanervi “chiusi” potrebbe indurre ad una posizione minoritaria e settaria, contribuendo a frantumare ulteriormente, da un punto di vista politico, quel mondo del lavoro, che oggi necessita di essere ricomposto, intercettando anche le istanze, le domande, i bisogni e le aspettative di una miriade di figure messe a lavoro e a valore dal capitale, al fine di rilanciare su livelli più alti, estesi e consapevoli la lotta tra capitale e lavoro.Si tratta, insomma, di individuare il filo rosso che unisce vecchie e nuove figure del lavoro, vecchie e nuove forme di subordinazione, comando e sfruttamento per ricomporre il fronte del lavoro e costruire politicamente un percorso di radicalità a partire dalle vecchie e nuove contraddizioni che stanno minando il sistema. Contraddizioni che di per sé non conducono necessaristicamente al comunismo –come invece sembra sostenere Enzo Acerenza, quando, nel numero 122 di Operai contro, parla di “processo storico ineludibile” – ma necessitano, come tu mi insegni, di una soggettività, una classe cosciente ed organizzata, capace di acuirle e superarle.Ma la costruzione di questa classe, che ha una valenza politica e non semplicemente sociologica, deve avvenire solo nell’ambito della grande fabbrica tradizionale o, per non rimanere settari e minoritari, dobbiamo partire anche dagli altri luoghi della produzione capitalista e coinvolgere le nuove figure del lavoro, che non sono immediatamente assimilabile all’operaio maschio adulto dell’industria siderurgica ed automobilistica?E la proposta di un reddito di cittadinanza universale ed incondizionato non consentirebbe da un punto di vista politico di ricomporre queste fratture all’interno del mondo del lavoro – fratture che attraversano anche gli operai per la differenza dei loro livelli salariali e delle loro tipologie contrattuali – e da un punto di vista economico di acuire le contraddizioni dell’ordinamento capitalistico in vista di un suo definitivo superamento?Aspettando una tua replica ed augurandomi di fare decollare quanto prima questa forma di collaborazione - un Forum online sul lavoro - che non implica nessuna rinuncia di linea da parte di nessuno, ma solo una condivisione del lavoro, politico, critico e teorico che le diverse associazioni ed organizzazioni svolgono nei loro ambiti di azione,ti rivolgo i miei più cordiali saluti.
Salvatore Lucchese
Salvatore Lucchese
giovedì, marzo 01, 2007
Riflessioni
Come abitare questo nuovo mondo?
A ragione Bonomi quando afferma che dobbiamo riflettere su quattro punti se vogliamo capire: 1. il lavoro
2.il rapporto tra fabbrica e territorio
3. l'appartenenza
4.la tecnica
Questa transizione si connota di carratteri fluidi. Sono presenti elementi di postfordismo e preistoria e iperattualità, sostiene.Nuovi proletaroidi e un terzo nel conflitto tra capitale e lavoro. il territorio.
A ragione Bonomi quando afferma che dobbiamo riflettere su quattro punti se vogliamo capire: 1. il lavoro
2.il rapporto tra fabbrica e territorio
3. l'appartenenza
4.la tecnica
Questa transizione si connota di carratteri fluidi. Sono presenti elementi di postfordismo e preistoria e iperattualità, sostiene.Nuovi proletaroidi e un terzo nel conflitto tra capitale e lavoro. il territorio.
Foucault
Al convegno su Foucault sarebbe stato interessante insistere di più sull'oltre attraverso il contributo del pensiero femminista. La compianta Angela Putino ha scritto delle belle pagine utilizzando Foucault soprattutto nel saggio La cura di sè, dove si chiede, per introdurre la riflessione, come bisogna considerare l'ultimo Foucault. E' curioso pensare che dopo circa sette anni di silenzio Foucault poi si presenti alle stampe con la trilogia sul sapere. Pasquale Pasquino dice, rinviando pure al gusto dell'erudito di F., cioè il chiudersi in biblioteca tra mille ricerche, che bisogna considerare il suo rapporto con il cristianesimo, l'esigenza cioè di trovare - e di fondare - un fondamento etico al di fuori della cristianità.
Certo ci sarebbe molto da dire sul F. e il pensiero femminista. Anche sul versante critico. Penso ad esempio alla critica di Donna Haraway, per me condivisibile, circa l'idea di corpo e della sua sacralità rispetto alla tecnica. Cos'è oggi il corpo incarnato? quindi il corporeo? il carnale oggi si fonde con il protesico, con l'artificiale, fa un tutt'uno: è corpo protesico e proteiforme. Ne va della considerazione sulla tecnologia. Perchè dobbiamo rifiutare aprioristicamente come molti fanno il tecnologico? Perchè non provare a dare un senso nuovo all'ibrido? Ne consegue se mai possiamo sottrarci alle seduzione del tecnologico.
Un altro riferimento può essere Judith Butler, per quanto riguarda i soggetti e i processi di soggettivazione.
Certo ci sarebbe molto da dire sul F. e il pensiero femminista. Anche sul versante critico. Penso ad esempio alla critica di Donna Haraway, per me condivisibile, circa l'idea di corpo e della sua sacralità rispetto alla tecnica. Cos'è oggi il corpo incarnato? quindi il corporeo? il carnale oggi si fonde con il protesico, con l'artificiale, fa un tutt'uno: è corpo protesico e proteiforme. Ne va della considerazione sulla tecnologia. Perchè dobbiamo rifiutare aprioristicamente come molti fanno il tecnologico? Perchè non provare a dare un senso nuovo all'ibrido? Ne consegue se mai possiamo sottrarci alle seduzione del tecnologico.
Un altro riferimento può essere Judith Butler, per quanto riguarda i soggetti e i processi di soggettivazione.
Biopolitica e dintorni
La biopolitica sembra essere il paradigma imperante con cui si vogliono leggere le recenti trasformazioni mondiali e i conflitti sottesi. Biopolitica come governo sulla vita: cura della popolazione come specie, incremento dell'efficienza lavorativa, gestione e promozione dell'istruzione sociale, salute, riposo, emarginazione di alcune forze sotto lo stigma della follia e della perversione, attraverso la medicina sociale, profilassi, igiene, miglioramento razziale, riproduzione. Biopolitica, politica di produzione e incremento della vita. Foucault c'entra un bel po', dunque. Si è già fatto un lessico di biopolitico, come già era avvenuto per il postfordismo. Alla biopolitica si collegano altri concetti, come quello dell'economia e della verità, ossia di quei saperi e quelle pratiche governamentali che creano la rete dei poteri e micropoteri entro cui si muovono i soggetti. Non è un discorso facile da fare se non si tengono in conto alcune cose, innazitutto la lettura di Foucault, poi il problema della modernità, della crisi della sovranita e la questione dei soggetti. Sarebbe interessante avere un quadro sintetico non tanto del dibattito attuale quanto delle linee evolutive del dibattito in questo decennio per comprendere ad esempio perchè oggi si comincia a parlare più spesso dell'economia come quel sapere che incorpora in sè la politica. Ma chi lo fa?
mercoledì, febbraio 14, 2007
In principio era...
insomma in principio cosa c'era?Biopolitica, governance o...che bailamme!Come è nata la "cosa"? Moltitudine, saperi governamentali, sovranità no, rappresentanza forse, capitale cognitivo esiste non esiste, il territorio...non ci sto più a capiììììì ;-)) ora economia, oblatività.... bah!
domenica, febbraio 11, 2007
Tra economia e biopolitica.
Sembra che l'economia - economia politica- stia ritornando nei discorsi di filosofia politica. Ma in che modo? Per quegli studiosi che hanno prestato attenzione al filone foucaultiano l'economia è uno dei saperi governamentali che concorre ai processi di soggettivazione. Adesso rappresenta un dispositivo che permette la connessione tra vita biologica e politica. Anzi, dirò di più, l'economia sarebbe -affermano - produttiva di verità. Quale verità? il reale? il reale dei soggetti? ovvero la vita che i soggetti conducono oggi tra una maglia di precariato e una di disoccupazione, tra una di povertà ed una di disperazione, in una fitta rete che ti imbriglia nella convinzione di false necessità e di falsi desideri? se la verità dell'economia -questa- è di nuovo l'adequatio rei et intellectus allora stiamo cambiando di segno a ciò che è stato buttato dalla finestra...o no? ...Poi si dà enfasi alla prevalenza dell'economia terziarizzata, l'economia della cura e delle relazioni. Il che mi sembra più che giusto ma bisogna fare attenzione a non ridurre l'intera economia solo a questo aspetto se è vero che coesitono comunque le forme del primo e secondo settore, vale a dire che accanto alle forme postfordiste -oops, se ne parla!- sono presenti e non si possono negare forme fordiste. Non potremmo avere un quadro reale degli attuali cambimenti, non potremmo capire Melfi -o i grandi oligopoli, o la Cina e l'India...Poi: cura e relazionalità non sono al di fuori delle nuove forme di produzione. Ma come si fa a pensare ad un'economia dell'oblatività, della reciprocità, del dono, della gratuità ora che siamo nel 2007? resta una tensione, un "magari, potesse essere", buona quando Ramonet parlava della nuova aurora chiamata Seattle.... ma se mi guardo intorno mi sembra solo uno spreco di cervello. Pensiamo alle banche delle ore. Quanti di questi progetti sono stati condotti in Italia? Quanti -e ricordo che all'inizio del 2000 se ne parlava come una conquista - sono riusciti? e rispetto a quante unità per territorio? Pensiamo allora al reddito di cittadinanza. E' gratuità, è dono, è oblatività...insomma, che caz...è?
Il walfare, argomento che prima o poi dobbiamo affrontare...
Il walfare, argomento che prima o poi dobbiamo affrontare...
sabato, febbraio 10, 2007
Globalproject e Uninomade a Venezia
Teniamo d'occhio quanto si svolgerà a Venezia il 30-31 marzo e il 1 aprile da parte di globalproject.
"Gli spunti da cui vorremmo partire nella discussione sono domande aperte.
Come si organizza la moltitudine dentro e contro la governance?
Come può essa rompere ogni volta le compatibilità e le mediazioni che tentano di recuperarla all’interno della sovranità?
Quali sono le determinazioni spaziali e temporali dentro e contro le quali si svolge oggi il conflitto moltitudinario?
È possibile oggi immaginare forme di organizzazione locale e globale delle lotte che abbiano, al contempo, efficacia e continuità?
Vi sono oggi questioni comuni che si possono far valere come punti essenziali di un programma per i movimenti globali?
Programma in fase di ultimazione:
Venerdì 30 marzo:
Dalle ore 9.00 alle 11.00: accoglienza e registrazione delle/dei partecipanti
Dalle ore 11.00 alle 13.00: apertura dei lavori con PRESENTAZIONE della proposta politica del Global Meeting a cura di GlobalProject, Associazione Ya Basta e Uninomade
A seguire: avvio degli incontri che coniugano l’approfondimento conoscitivo delle diverse realtà nelle aree continentali e regionali, con la discussione di temi utili alla riflessione comune su scala globale.
VENERDI’ 30 pomeriggio e SABATO 31 MARZO per l’intera giornata TAVOLI dedicati a:
“USA: lotte sociali nella crisi dell’egemonia neo-con”.
Stanley Aronowitz - Distinguished Professor of Sociology, City University of New York - USA
Heather Gautney - Professoressa Assistente di sociologia Towson University Maryland - USA
Ashanti Alston – Critical Resistance - USA
“Medio Oriente: quale spazio possibile per i diritti contro l’occupazione e la guerra, l’apartheid e i fondamentalismi.”
Coordina: Michele Giorgio - giornalista
Musthapha Barghouti – Almubadara - Palestina
Yitzhak Laor – Scrittore - Israele
Alaa Abd El Fattah - Attivista curatore del blog www.manalaa.net - Egitto
Uli Gordon - Anarchici contro il muro - Israele
“Asia: soggetti e conflitti nel vortice dello sviluppo capitalistico.”
Ranabir Samaddar – Docente South Asia Forum for Human Rights, Kathmandu - India
Wang Hui – Docente Tsinghua University Pechino - Cina
Chukki Nanjundaswamy – Presidente del Krrs Organizzazione Agricoltori Karnataka – India
Brett Neilson -Professore di Scienze Umane all’University of Technology di Sidney - Australia
“Turchia-Kurdistan: l’allargamento dei confini europei come estensione di nuovi diritti o nuova forma di controllo e repressione?”
Coordina Orsola Casagrande - giornalista
Yuksel Genc - Scrittrice e attivista curda
Kurkcu Ertugrul - Giornalista turco curatore BİANET
“America Latina, in basso e a sinistra: i percorsi autonomi dei movimenti sociali.”
Sebastián Scolnik – Collettivo Situaciones - Argentina
Cesar Altamira - Docente Universitario - Argentina
Ricardo Montoya - Attivista sociale - Colombia
Luis Hernandez Navarro - Vice direttore de “la Jornada” – Messico
Jose Heriberto Salas Amac - Fronte del Popolo in Difesa della Terra Salvator Atenco - Messico
Marc Villa - Operatore della comunicazione - Venezuela
David Alejandro Suarez Changuan - Università di Quito -Ecuador
Oscar Olivera - Coordinadora para l’agua y la vida Cochabamba - Bolivia
“EUROPA: confronto per uno spazio politico costituente delle lotte e dell’autogoverno.”
Verso le mobilitazioni contro il G8 a Rostock Germania Saranno presenti situazioni di movimento da tutta Europa.
Domenica 1 aprile
Dalle ore 10.00 in poi ASSEMBLEA GENERALE e conclusioni.
A partire da una lettura globale dell’ “anomalia italiana”, le mobilitazioni contro la nuova base militare USA a Vicenza - così come molti altri percorsi di lotta intorno ai temi dei beni comuni, della difesa del territorio e dell’ambiente, della conquista dei diritti di cittadinanza contro i Centri di detenzione, del reddito e dei saperi – propongono con rinnovata energia la questione del protagonismo politico dei movimenti sociali. L’autonomia reale di questi percorsi cancella ogni ipocrisia e riapre, per tutti quelli che non intendono subordinare lo sviluppo dei conflitti alle logiche del potere e alle alchimie istituzionali, la necessità di un confronto aperto sulle prospettive. "
"Gli spunti da cui vorremmo partire nella discussione sono domande aperte.
Come si organizza la moltitudine dentro e contro la governance?
Come può essa rompere ogni volta le compatibilità e le mediazioni che tentano di recuperarla all’interno della sovranità?
Quali sono le determinazioni spaziali e temporali dentro e contro le quali si svolge oggi il conflitto moltitudinario?
È possibile oggi immaginare forme di organizzazione locale e globale delle lotte che abbiano, al contempo, efficacia e continuità?
Vi sono oggi questioni comuni che si possono far valere come punti essenziali di un programma per i movimenti globali?
Programma in fase di ultimazione:
Venerdì 30 marzo:
Dalle ore 9.00 alle 11.00: accoglienza e registrazione delle/dei partecipanti
Dalle ore 11.00 alle 13.00: apertura dei lavori con PRESENTAZIONE della proposta politica del Global Meeting a cura di GlobalProject, Associazione Ya Basta e Uninomade
A seguire: avvio degli incontri che coniugano l’approfondimento conoscitivo delle diverse realtà nelle aree continentali e regionali, con la discussione di temi utili alla riflessione comune su scala globale.
VENERDI’ 30 pomeriggio e SABATO 31 MARZO per l’intera giornata TAVOLI dedicati a:
“USA: lotte sociali nella crisi dell’egemonia neo-con”.
Stanley Aronowitz - Distinguished Professor of Sociology, City University of New York - USA
Heather Gautney - Professoressa Assistente di sociologia Towson University Maryland - USA
Ashanti Alston – Critical Resistance - USA
“Medio Oriente: quale spazio possibile per i diritti contro l’occupazione e la guerra, l’apartheid e i fondamentalismi.”
Coordina: Michele Giorgio - giornalista
Musthapha Barghouti – Almubadara - Palestina
Yitzhak Laor – Scrittore - Israele
Alaa Abd El Fattah - Attivista curatore del blog www.manalaa.net - Egitto
Uli Gordon - Anarchici contro il muro - Israele
“Asia: soggetti e conflitti nel vortice dello sviluppo capitalistico.”
Ranabir Samaddar – Docente South Asia Forum for Human Rights, Kathmandu - India
Wang Hui – Docente Tsinghua University Pechino - Cina
Chukki Nanjundaswamy – Presidente del Krrs Organizzazione Agricoltori Karnataka – India
Brett Neilson -Professore di Scienze Umane all’University of Technology di Sidney - Australia
“Turchia-Kurdistan: l’allargamento dei confini europei come estensione di nuovi diritti o nuova forma di controllo e repressione?”
Coordina Orsola Casagrande - giornalista
Yuksel Genc - Scrittrice e attivista curda
Kurkcu Ertugrul - Giornalista turco curatore BİANET
“America Latina, in basso e a sinistra: i percorsi autonomi dei movimenti sociali.”
Sebastián Scolnik – Collettivo Situaciones - Argentina
Cesar Altamira - Docente Universitario - Argentina
Ricardo Montoya - Attivista sociale - Colombia
Luis Hernandez Navarro - Vice direttore de “la Jornada” – Messico
Jose Heriberto Salas Amac - Fronte del Popolo in Difesa della Terra Salvator Atenco - Messico
Marc Villa - Operatore della comunicazione - Venezuela
David Alejandro Suarez Changuan - Università di Quito -Ecuador
Oscar Olivera - Coordinadora para l’agua y la vida Cochabamba - Bolivia
“EUROPA: confronto per uno spazio politico costituente delle lotte e dell’autogoverno.”
Verso le mobilitazioni contro il G8 a Rostock Germania Saranno presenti situazioni di movimento da tutta Europa.
Domenica 1 aprile
Dalle ore 10.00 in poi ASSEMBLEA GENERALE e conclusioni.
A partire da una lettura globale dell’ “anomalia italiana”, le mobilitazioni contro la nuova base militare USA a Vicenza - così come molti altri percorsi di lotta intorno ai temi dei beni comuni, della difesa del territorio e dell’ambiente, della conquista dei diritti di cittadinanza contro i Centri di detenzione, del reddito e dei saperi – propongono con rinnovata energia la questione del protagonismo politico dei movimenti sociali. L’autonomia reale di questi percorsi cancella ogni ipocrisia e riapre, per tutti quelli che non intendono subordinare lo sviluppo dei conflitti alle logiche del potere e alle alchimie istituzionali, la necessità di un confronto aperto sulle prospettive. "
mercoledì, gennaio 24, 2007
capitalismo sì o no?
Ieri mi sono sorpresa nel sentire da un prof. universitario grande fan di Lacan che "in fine la finalità del capitalismo è pagare tutti quanti". Avrei voluto dirgli:"Magari! E chi si lamenterebbe più!!!" Che senso avrebbe allora ogni forma di critica o di resistenza, oppure così sciocchi sarebbero stati i lavoratori a scioperare o a lottare? Se in fondo l'essere pagati equivale a fare contenti se stessi e il capitalismo, mi dico:"ben venga, a saperlo:fino ad oggi non ho capito niente!" Il capitalismo vuole pagare. Peccato che io sono pagata, ma vado a lavorare tutti giorni e non posso essere pagata per ciò che invece avrei desiderato fare cioè ricerca, anzi direi ricerca pagata, studio remunerato, scegliete voi. Peccato, perchè avrei potuto farla senza subire un rapporto di dipendenza che non è mai decollato, nonostante tutto, perchè sono piuttosto "autonoma" (cos' mi è stato detto), e questo non va bene in un mondo di leccaculo, poi perchè non ho nessuna rendita al di fuori del mio stipendio per cui...Il capitalismo paga.Non vorrei che con questo si confondessero i termini dl reddito di cittadinanza, o sue varianti...
venerdì, gennaio 12, 2007
Interessante ricerca sul lavoro atipico
Il lavoro atipico: la nuova faccia dello sfruttamento
Quest'anno per le analisi sui lavoratori parasubordinati, Ires è affincata dalla Facoltà di Scienze della Comunicazione dell'Università La Sapienza. Due le indagini. La prima è una elaborazione dei sui dati Inps, la seconda una ricerca demoscopica su attese e condizioni di lavoro degli atipici.
Sono 1.475.111 i lavoratori parasubordinati attivi iscritti, nel 2005, all'Inps gestione separata. A questi vanno aggiunti 209.960 lavoratori con partita Iva individuale, sempre iscritti alla gestione separata dell'Inps.
Insomma, un esercito di 1.685.071 lavoratori precari. Il 90% di loro ha un unico committente e un reddito annuo non superiore a 10 mila Euro. Le donne guadagnano circa la metà degli uomini. L'età media è pari a 41,2 anni, ma le donne sono più giovani (37, 4 le donne e 44 anni gli uomini).
"Finalmente - sottolinea Filomena Trizio, segretaria nazionale NidiL Cgil - abbiamo a disposizione dati non approssimativi ed elaborati con la massima trasparenza grazie all'Osservatorio permanente sul lavoro atipico in Italia, nato dalla collaborazione di NidiL, IRES e Università La Sapienza".
"Attraverso le indagini commissionate da NIdiL - continua- è possibile leggere dall'interno questo mondo vario e, spesso, nell'ombra dell'atipico. L'indagine per interviste parla, racconta di un mondo dove la caratteristica dominante (80%) è la dipendenza economica dall'unico committente e in cui ci si "sente" (85%) lavoratore dipendente; accomunato, pur nei diversi livelli di professionalità, dal basso rendimento economico (1 su 2 guadagna meno di 1.000 Euro) specie fra le donne. Un mondo fatto di lavoratori privi di diritti elementari; un mondo che perde, con il passare del tempo, la fiducia in sè e nella possibilità di migliorare: forse anche per questo un mondo senza figli (82%).
"Sono confermati quei problemi, percezioni di se, tematiche rilevate attraverso il lavoro di anni: si conferma quindi anche il giudizio che, in questo mondo, si insedia la "moderna" forma di sfruttamento del lavoro. Da questo punto di vista parasubordinazione, precarietà e area del sommerso, pur con tutte le differenze, rappresentano oggi per il Sindacato l'emergenza lavorativa a cui dare risposte".
"Il superamento del dumping con il lavoro dipendente e la richiesta di stabilizzazione (insieme il 60%) - conclude Filonema Trizio- pongono, entrambe, il problema di superare l'abuso nel ricorso a queste forme di lavoro: per il futuro, eliminando l'attuale forte convenienza economica per i datori; per il presente riportando a lavoro dipendente ciò che autonomo non è (vedi per tutti i call center). Nel contempo la richiesta di maggiori tutele (30%) pone la necessità di rendere dignitosa e vivibile la parasubordinazione nella sua dimensione vera.La piena coincidenza di tali richieste con le priorità individuate e praticate da NIdiL e dalla Cgil nel suo insieme è ovviamente per noi ulteriore spinta a procedere nel percorso faticosamente avviato".
Sul sito http://www.nidil.cgil.it/ alla voce news si posssono scaricare i dati.
Quest'anno per le analisi sui lavoratori parasubordinati, Ires è affincata dalla Facoltà di Scienze della Comunicazione dell'Università La Sapienza. Due le indagini. La prima è una elaborazione dei sui dati Inps, la seconda una ricerca demoscopica su attese e condizioni di lavoro degli atipici.
Sono 1.475.111 i lavoratori parasubordinati attivi iscritti, nel 2005, all'Inps gestione separata. A questi vanno aggiunti 209.960 lavoratori con partita Iva individuale, sempre iscritti alla gestione separata dell'Inps.
Insomma, un esercito di 1.685.071 lavoratori precari. Il 90% di loro ha un unico committente e un reddito annuo non superiore a 10 mila Euro. Le donne guadagnano circa la metà degli uomini. L'età media è pari a 41,2 anni, ma le donne sono più giovani (37, 4 le donne e 44 anni gli uomini).
"Finalmente - sottolinea Filomena Trizio, segretaria nazionale NidiL Cgil - abbiamo a disposizione dati non approssimativi ed elaborati con la massima trasparenza grazie all'Osservatorio permanente sul lavoro atipico in Italia, nato dalla collaborazione di NidiL, IRES e Università La Sapienza".
"Attraverso le indagini commissionate da NIdiL - continua- è possibile leggere dall'interno questo mondo vario e, spesso, nell'ombra dell'atipico. L'indagine per interviste parla, racconta di un mondo dove la caratteristica dominante (80%) è la dipendenza economica dall'unico committente e in cui ci si "sente" (85%) lavoratore dipendente; accomunato, pur nei diversi livelli di professionalità, dal basso rendimento economico (1 su 2 guadagna meno di 1.000 Euro) specie fra le donne. Un mondo fatto di lavoratori privi di diritti elementari; un mondo che perde, con il passare del tempo, la fiducia in sè e nella possibilità di migliorare: forse anche per questo un mondo senza figli (82%).
"Sono confermati quei problemi, percezioni di se, tematiche rilevate attraverso il lavoro di anni: si conferma quindi anche il giudizio che, in questo mondo, si insedia la "moderna" forma di sfruttamento del lavoro. Da questo punto di vista parasubordinazione, precarietà e area del sommerso, pur con tutte le differenze, rappresentano oggi per il Sindacato l'emergenza lavorativa a cui dare risposte".
"Il superamento del dumping con il lavoro dipendente e la richiesta di stabilizzazione (insieme il 60%) - conclude Filonema Trizio- pongono, entrambe, il problema di superare l'abuso nel ricorso a queste forme di lavoro: per il futuro, eliminando l'attuale forte convenienza economica per i datori; per il presente riportando a lavoro dipendente ciò che autonomo non è (vedi per tutti i call center). Nel contempo la richiesta di maggiori tutele (30%) pone la necessità di rendere dignitosa e vivibile la parasubordinazione nella sua dimensione vera.La piena coincidenza di tali richieste con le priorità individuate e praticate da NIdiL e dalla Cgil nel suo insieme è ovviamente per noi ulteriore spinta a procedere nel percorso faticosamente avviato".
Sul sito http://www.nidil.cgil.it/ alla voce news si posssono scaricare i dati.
giovedì, gennaio 11, 2007
Recensione: "Aporie napoletane"
da: REF recensioni filosofiche
Aporie napoletane è il testo edito dalla Cronopio, con il quale la casa editrice tenta un rilancio del dibattito critico sulla città di Napoli, proseguendo, in questo modo, il percorso di riflessione teorico-politica sul capoluogo partenopeo iniziato negli anni Novanta con le pubblicazioni de La città porosa (1992) e Le lingue di Napoli (1994).
La finalità del testo è quella di contrapporre ai numerosi stereotipi, sia positivi che negativi, e al fatalismo oggi dominanti, ricerche rigorose e riflessioni filosofiche deleuzianamente “creative”, che spieghino le contraddizioni di Napoli sullo sfondo delle trasformazioni globali, onde individuare i sensi di possibili innovazioni.
Il testo si apre con il saggio prefazione di Maurizio Zanardi – Una piega del mondo – nel quale l’autore rielabora i temi di fondo che vi sono dibattuti. Di particolare importanza la sua contrapposizione tra le categorie di politica/politico, con le quali l’autore, sullo sfondo dell’odierna crisi delle democrazie rappresentative, intende denunciare la deriva oligarchica, personalistica e clientelare del sistema di potere partenopeo, contrapponendovi l’esigenza della ri-costruzione della sfera pubblica attraverso la concreta partecipazione delle forze che attualmente sono schiacciate dalle logiche di dominio ed esclusione del politico. In altri termini, collegandosi alla concezione deleuziana della filosofia, Zanardi propone una politica concepita come “agire collettivo che pensa a distanza dallo stato” (p. 14). Politica che deve caratterizzarsi per la partecipazione di quelle parti della città che, non avendo interessi costituiti da difendere, possono elevare gli antagonismi a conflitti politici, le lotte conservative a lotte per l’emancipazione. La distanza dallo Stato, precisa l’autore, non deve essere confusa con il disinteresse nei confronti delle istituzioni, ma deve essere concepita come un’autonoma azione collettiva, che va oltre lo schema verticistico della rappresentanza del politico, per affermare una pratica ed una teoria politica orizzontale che “si autorizza da sé” (p. 18).
Il saggio di Gianfranco Borrelli – Napoli oltre. Il senso possibile di possibili innovazioni – a fronte dei processi della globalizzazione, intende mostrare il passaggio critico in cui attualmente si dibatte il capoluogo partenopeo, sospeso tra possibilità di innovazione ed avanzamento della barbarie. La critica serrata del sistema di potere locale, tuttora vigente, si sostanzia nella decisa ed articolata decostruzione dello stereotipo che vede i napoletani come individui naturalmente sociali, solari e comunicativi. L’adozione del paradigma machiavelliano della città-organismo da un lato e di quello foucaultiano della microfisica dei poteri dall’altro, consente all’autore di individuare genealogicamente i molteplici antagonismi che, squarciando il tessuto della città nelle sue diverse parti, alimentano una rete di poteri, che si snoda sul doppio registro politico della democrazia rappresentativa e delle tecniche di conservazione, frammentazione ed assoggettamento. Attualmente, incalza Borrelli, Napoli oscilla tra una democrazia estetizzante – l’estetica del mercato e dei consumi –, e i poteri di emergenza, che progressivamente riducono lo spazio pubblico-politico della città e neutralizzano le soggettività conflittuali, depotenziandone la carica emancipativa negli antagonismi irriducibili e negli eccessi materiali. Ne emerge un’immagine della città caratterizzata da “soggettività votate ad un destino di spreco, di distruzione e di autodistruzione (p. 59).
Tuttavia, l’autore non si limita ad evidenziare le aporie, le deprivazioni e i limiti di Napoli, ma indica anche gli snodi che potrebbero consentire l’attivazione di processi di innovazione/soggettivazione che, riallacciandosi e riattivando la memoria degli scontri e delle lotte che hanno attraversato Napoli dal Seicento ad oggi, possano coinvolgere quelle parti della città escluse ed emarginate – che vanno dalla plebe agli under class, dagli immigrati ai precari passando per i disoccupati –, in modo da prospettare degli eventi di singolarità, capaci di innovare lo spazio pubblico-politico in direzione di una democrazia partecipativa, incentrata sui criteri della molecolarità e della riflessività.
Le aporie di Napoli vengono disvelate da Bruno Moroncini – Napoli e la mancanza della plebe – attraverso l’adozione della prospettiva lacaniana, incentrata sulle categorie di Reale, Immaginario, Simbolico. Il Reale, specifica l’autore, è ciò che rimane sempre identico a se stesso. Il Simbolico è il registro del cambiamento caratterizzato dalla presa di coscienza della mancanza del Reale. L’Immaginario, infine, è il registro delle totalizzazioni e delle chiusure. Napoli, prosegue lo studioso, si è sempre caratterizzata per la mancanza di soggettività volte al cambiamento: il Reale, la plebe – da non intendersi come categoria sociologica, ma come movimento centrifugo sfuggente alle relazioni di potere –, torna continuamente, nelle sue varie declinazioni, nella storia della città. Rispetto ad essa, la borghesia cittadina con l’Immaginario ha formulato una risposta di chiusura ora nei termini della teoria delle due città, ora in quelli della cultura popolare, ora, infine, in quelli di una presunta armonia perduta.
Di contro a tali processi, sostiene Moroncini, una nuova classe dirigente ed una nuova mente collettiva capaci di entrare in rottura con la cultura e le pratiche politiche tradizionali, devono infrangere il registro dell’Immaginario ed introdurre, attraverso il Simbolico, la mancanza nel Reale, in modo tale da favorire la formazione di nuove soggettività su cui fare leva per attivare i processi di trasformazione. In altri termini, secondo l’autore, i processi di soggettivazione devono partire dalla realtà della plebe per pervenire alla formazione della classe passando attraverso la massa. Classe che si deve caratterizzare per la sua piena autonomia da estrinsecarsi nel controllo dei processi produttivi. La neutralizzazione dei processi di soggettivazione, conclude Moroncini, alimenta il rischio di una città caratterizzata da un’attività sempre più frenetica che sfocia nel nichilismo: il vuoto.
Assumendo una prospettiva filosofica incentrata sull’heideggeriana ermeneutica dell’effettività, ne Il vuoto e l’abitare, Pierandrea Amato parte proprio dal vuoto per andare oltre il luogo codificato, decostruendo criticamente i saperi governamentali su Napoli: urbanistica, sociologia urbana, psicologia sociale, demografia. Saperi che, secondo l’autore, irreggimentano la città in determinate logiche di potere, ratificandone le dinamiche di inclusione/esclusione. A partire da tale prospettiva, il vuoto si configura come la possibilità di pensare e praticare il cambiamento. “La retorica urbana del vuoto – osserva Amato – che lo derubrica a luogo insicuro e malfamato va capovolta a favore del suo carattere fecondo. Indubbiamente, il vuoto urbano è pericoloso: ma solo per chi pensa la città, e i legami che alimenta, affidandosi alla sua figura consacrata ad opera del tempo” (p. 133). In altri termini, secondo Amato, il vuoto è dotato di una valenza intrinsecamente innovativa capace di corrodere la meta-fisica del centro storico “è, in definitiva, la traccia dell’abitare lì dove non c’è più spazio per abiatare. E’ il (non)luogo, dunque, della politica nel tempo della sua decostruzione” (p. 134).
La decostruzione dell’immagionario stereotipato sulla citta di Napoli passa anche attraverso la critica letteraria di Arturo Martone, che, in Oltre a resti di niente e sviscerato patire, l’impensato del reale, analizza i testi di E. Striano – Il resto di niente – e A. Ortese, Il cardillo addolorato. L’analisi strutturalistica dei due testi consente all’autore di formulare il concetto di impensato del reale, ossia di poter-essere, con il quale egli si riferisce al “deposito inesauribile di resti (resti della memoria, resti del sentire, resti del fare come del non-fare” (p. 200), da preservare per trasmettere alle generazioni future.
Nel saggio Napoli tra sviluppo e arretratezza, attraverso la rivisitazione di un classico della letteratura operistica sul Meridione – Stato e sottosviluppo. Il caso del Mezzogiorno d’Italia pubblicato – pubblicato nel 1973 da L. Ferrari e A. Serafini –, Giuseppe Antonio Di Marco giunge ala conclusione che la rinascita napoletana degli anni Novanta è stata solamente un cambiamento di facciata, in quanto a partire dai due decenni precedenti hanno preso corpo dei cambiamenti strutturali a livello nazionale ed internazionale – cambiamenti oggi riassumibili nelle categorie di globalizzazione e postfordismo –, che sembrano avere segnato il definitivo tramonto della soggettività operaia così come si era costituita nel corso del XX secolo, con la conseguente crisi di una soggettività conflittuale su cui fare leva per innescare i processi di trasformazione. “Se lo sbocco – osserva Di Marco – è quello di ‘dare rappresentazione politica, qualitativamente più che quantitativamente forte, dell’attuale marginalità del lavoro’, […], oppure se è quello di un progetto politico della moltitudine ‘per poter passare dalla sfera della possibilità a quella dell’esistenza’, […], comunque c’è bisogno di una soggettività completamente nuova. Ma su questo punto la teoria può, come sempre, seguire e non anticipare la prassi (p. 185).
E sono proprio l’attivazione pratica di nuovi processi di soggettivazione/memorizzazione e l’immaginazione/sperimentazione di nuove forme di lotte e di politica, forme declinate in senso partecipativo, gli snodi critici cruciali che emergono dalla lettura dei saggi di questo testo, al di là delle diverse e talora opposte prospettive filosofiche attraverso le quali è stato interrogato il “caso” Napoli.
Aporie napoletane è il testo edito dalla Cronopio, con il quale la casa editrice tenta un rilancio del dibattito critico sulla città di Napoli, proseguendo, in questo modo, il percorso di riflessione teorico-politica sul capoluogo partenopeo iniziato negli anni Novanta con le pubblicazioni de La città porosa (1992) e Le lingue di Napoli (1994).
La finalità del testo è quella di contrapporre ai numerosi stereotipi, sia positivi che negativi, e al fatalismo oggi dominanti, ricerche rigorose e riflessioni filosofiche deleuzianamente “creative”, che spieghino le contraddizioni di Napoli sullo sfondo delle trasformazioni globali, onde individuare i sensi di possibili innovazioni.
Il testo si apre con il saggio prefazione di Maurizio Zanardi – Una piega del mondo – nel quale l’autore rielabora i temi di fondo che vi sono dibattuti. Di particolare importanza la sua contrapposizione tra le categorie di politica/politico, con le quali l’autore, sullo sfondo dell’odierna crisi delle democrazie rappresentative, intende denunciare la deriva oligarchica, personalistica e clientelare del sistema di potere partenopeo, contrapponendovi l’esigenza della ri-costruzione della sfera pubblica attraverso la concreta partecipazione delle forze che attualmente sono schiacciate dalle logiche di dominio ed esclusione del politico. In altri termini, collegandosi alla concezione deleuziana della filosofia, Zanardi propone una politica concepita come “agire collettivo che pensa a distanza dallo stato” (p. 14). Politica che deve caratterizzarsi per la partecipazione di quelle parti della città che, non avendo interessi costituiti da difendere, possono elevare gli antagonismi a conflitti politici, le lotte conservative a lotte per l’emancipazione. La distanza dallo Stato, precisa l’autore, non deve essere confusa con il disinteresse nei confronti delle istituzioni, ma deve essere concepita come un’autonoma azione collettiva, che va oltre lo schema verticistico della rappresentanza del politico, per affermare una pratica ed una teoria politica orizzontale che “si autorizza da sé” (p. 18).
Il saggio di Gianfranco Borrelli – Napoli oltre. Il senso possibile di possibili innovazioni – a fronte dei processi della globalizzazione, intende mostrare il passaggio critico in cui attualmente si dibatte il capoluogo partenopeo, sospeso tra possibilità di innovazione ed avanzamento della barbarie. La critica serrata del sistema di potere locale, tuttora vigente, si sostanzia nella decisa ed articolata decostruzione dello stereotipo che vede i napoletani come individui naturalmente sociali, solari e comunicativi. L’adozione del paradigma machiavelliano della città-organismo da un lato e di quello foucaultiano della microfisica dei poteri dall’altro, consente all’autore di individuare genealogicamente i molteplici antagonismi che, squarciando il tessuto della città nelle sue diverse parti, alimentano una rete di poteri, che si snoda sul doppio registro politico della democrazia rappresentativa e delle tecniche di conservazione, frammentazione ed assoggettamento. Attualmente, incalza Borrelli, Napoli oscilla tra una democrazia estetizzante – l’estetica del mercato e dei consumi –, e i poteri di emergenza, che progressivamente riducono lo spazio pubblico-politico della città e neutralizzano le soggettività conflittuali, depotenziandone la carica emancipativa negli antagonismi irriducibili e negli eccessi materiali. Ne emerge un’immagine della città caratterizzata da “soggettività votate ad un destino di spreco, di distruzione e di autodistruzione (p. 59).
Tuttavia, l’autore non si limita ad evidenziare le aporie, le deprivazioni e i limiti di Napoli, ma indica anche gli snodi che potrebbero consentire l’attivazione di processi di innovazione/soggettivazione che, riallacciandosi e riattivando la memoria degli scontri e delle lotte che hanno attraversato Napoli dal Seicento ad oggi, possano coinvolgere quelle parti della città escluse ed emarginate – che vanno dalla plebe agli under class, dagli immigrati ai precari passando per i disoccupati –, in modo da prospettare degli eventi di singolarità, capaci di innovare lo spazio pubblico-politico in direzione di una democrazia partecipativa, incentrata sui criteri della molecolarità e della riflessività.
Le aporie di Napoli vengono disvelate da Bruno Moroncini – Napoli e la mancanza della plebe – attraverso l’adozione della prospettiva lacaniana, incentrata sulle categorie di Reale, Immaginario, Simbolico. Il Reale, specifica l’autore, è ciò che rimane sempre identico a se stesso. Il Simbolico è il registro del cambiamento caratterizzato dalla presa di coscienza della mancanza del Reale. L’Immaginario, infine, è il registro delle totalizzazioni e delle chiusure. Napoli, prosegue lo studioso, si è sempre caratterizzata per la mancanza di soggettività volte al cambiamento: il Reale, la plebe – da non intendersi come categoria sociologica, ma come movimento centrifugo sfuggente alle relazioni di potere –, torna continuamente, nelle sue varie declinazioni, nella storia della città. Rispetto ad essa, la borghesia cittadina con l’Immaginario ha formulato una risposta di chiusura ora nei termini della teoria delle due città, ora in quelli della cultura popolare, ora, infine, in quelli di una presunta armonia perduta.
Di contro a tali processi, sostiene Moroncini, una nuova classe dirigente ed una nuova mente collettiva capaci di entrare in rottura con la cultura e le pratiche politiche tradizionali, devono infrangere il registro dell’Immaginario ed introdurre, attraverso il Simbolico, la mancanza nel Reale, in modo tale da favorire la formazione di nuove soggettività su cui fare leva per attivare i processi di trasformazione. In altri termini, secondo l’autore, i processi di soggettivazione devono partire dalla realtà della plebe per pervenire alla formazione della classe passando attraverso la massa. Classe che si deve caratterizzare per la sua piena autonomia da estrinsecarsi nel controllo dei processi produttivi. La neutralizzazione dei processi di soggettivazione, conclude Moroncini, alimenta il rischio di una città caratterizzata da un’attività sempre più frenetica che sfocia nel nichilismo: il vuoto.
Assumendo una prospettiva filosofica incentrata sull’heideggeriana ermeneutica dell’effettività, ne Il vuoto e l’abitare, Pierandrea Amato parte proprio dal vuoto per andare oltre il luogo codificato, decostruendo criticamente i saperi governamentali su Napoli: urbanistica, sociologia urbana, psicologia sociale, demografia. Saperi che, secondo l’autore, irreggimentano la città in determinate logiche di potere, ratificandone le dinamiche di inclusione/esclusione. A partire da tale prospettiva, il vuoto si configura come la possibilità di pensare e praticare il cambiamento. “La retorica urbana del vuoto – osserva Amato – che lo derubrica a luogo insicuro e malfamato va capovolta a favore del suo carattere fecondo. Indubbiamente, il vuoto urbano è pericoloso: ma solo per chi pensa la città, e i legami che alimenta, affidandosi alla sua figura consacrata ad opera del tempo” (p. 133). In altri termini, secondo Amato, il vuoto è dotato di una valenza intrinsecamente innovativa capace di corrodere la meta-fisica del centro storico “è, in definitiva, la traccia dell’abitare lì dove non c’è più spazio per abiatare. E’ il (non)luogo, dunque, della politica nel tempo della sua decostruzione” (p. 134).
La decostruzione dell’immagionario stereotipato sulla citta di Napoli passa anche attraverso la critica letteraria di Arturo Martone, che, in Oltre a resti di niente e sviscerato patire, l’impensato del reale, analizza i testi di E. Striano – Il resto di niente – e A. Ortese, Il cardillo addolorato. L’analisi strutturalistica dei due testi consente all’autore di formulare il concetto di impensato del reale, ossia di poter-essere, con il quale egli si riferisce al “deposito inesauribile di resti (resti della memoria, resti del sentire, resti del fare come del non-fare” (p. 200), da preservare per trasmettere alle generazioni future.
Nel saggio Napoli tra sviluppo e arretratezza, attraverso la rivisitazione di un classico della letteratura operistica sul Meridione – Stato e sottosviluppo. Il caso del Mezzogiorno d’Italia pubblicato – pubblicato nel 1973 da L. Ferrari e A. Serafini –, Giuseppe Antonio Di Marco giunge ala conclusione che la rinascita napoletana degli anni Novanta è stata solamente un cambiamento di facciata, in quanto a partire dai due decenni precedenti hanno preso corpo dei cambiamenti strutturali a livello nazionale ed internazionale – cambiamenti oggi riassumibili nelle categorie di globalizzazione e postfordismo –, che sembrano avere segnato il definitivo tramonto della soggettività operaia così come si era costituita nel corso del XX secolo, con la conseguente crisi di una soggettività conflittuale su cui fare leva per innescare i processi di trasformazione. “Se lo sbocco – osserva Di Marco – è quello di ‘dare rappresentazione politica, qualitativamente più che quantitativamente forte, dell’attuale marginalità del lavoro’, […], oppure se è quello di un progetto politico della moltitudine ‘per poter passare dalla sfera della possibilità a quella dell’esistenza’, […], comunque c’è bisogno di una soggettività completamente nuova. Ma su questo punto la teoria può, come sempre, seguire e non anticipare la prassi (p. 185).
E sono proprio l’attivazione pratica di nuovi processi di soggettivazione/memorizzazione e l’immaginazione/sperimentazione di nuove forme di lotte e di politica, forme declinate in senso partecipativo, gli snodi critici cruciali che emergono dalla lettura dei saggi di questo testo, al di là delle diverse e talora opposte prospettive filosofiche attraverso le quali è stato interrogato il “caso” Napoli.
sabato, dicembre 09, 2006
Su Napoli
Volevo riassumere in questa sede varie mie osservazioni sugli ultimi post su Napoli.
1) Sono d'accordo con Salvatore sul profondo legame tra organizzazioni malavitose e sistema capitalistico. Tuttavia la difesa dello Stato sociale va fatta e tale difesa serve anche a consentire l'organizzazione politica di un soggetto antagonistico che manca. Quanto alle conseguenze di una legalizzazione delle droghe non rischiamo di dire poi che è meglio l'affare droga che almeno fa stare tranquille le parti disagiate della società ?
Può anche essere che con i proventi di un ticket sanitario si possano finanziare programmi sociali per l'occupazione e sanare in piccola parte la disoccupazione forzata dell'indotto camorristico. C'è poi da dire che spesso il pusher è il minore (che non deve lavorare) o il drogato stesso (che "lavora" per procurarsi la droga, ma se gliela diamo a prezzo stracciato?). Comunque sono d'accordo con Salvatore sul fatto che la mancanza di un soggetto antagonistico è un handicap notevole.
2) Sono d'accordo con Lunanera che il problema dell'occupazione è centrale (come pure del reddito minimo, che non può essere così ridicolo, nè può essere dato al solo capofamiglia, nè può essere una iniziativa della sola regione che non ha risorse). Quanto alla militarizzazione del territorio la cosa è caduta da sè, come meritava. E il fatto che ci sia una manovra contro il blocco bassoliniano di potere è un altra cosa evidente a tutti. Forse i Diesse e la Margherita vogliono normalizzare la satrapia campana, che ha generato schieramenti trasversali localistici che scavalcano le segreterie nazionali dei partiti
3) Quanto alla partecipazione politica credo che anche questo sia un problema forte, ma non si può minimizzare la questione della necessità comunque di una forte spesa pubblica. Il clientelismo si alimenta quando la spesa pubblica è insufficiente. Senza contare il fallimento del sistema scolastico nella formazione della cittadinanza, handicap che ci costringe a diversioni e a notevoli allungamenti di percorso
1) Sono d'accordo con Salvatore sul profondo legame tra organizzazioni malavitose e sistema capitalistico. Tuttavia la difesa dello Stato sociale va fatta e tale difesa serve anche a consentire l'organizzazione politica di un soggetto antagonistico che manca. Quanto alle conseguenze di una legalizzazione delle droghe non rischiamo di dire poi che è meglio l'affare droga che almeno fa stare tranquille le parti disagiate della società ?
Può anche essere che con i proventi di un ticket sanitario si possano finanziare programmi sociali per l'occupazione e sanare in piccola parte la disoccupazione forzata dell'indotto camorristico. C'è poi da dire che spesso il pusher è il minore (che non deve lavorare) o il drogato stesso (che "lavora" per procurarsi la droga, ma se gliela diamo a prezzo stracciato?). Comunque sono d'accordo con Salvatore sul fatto che la mancanza di un soggetto antagonistico è un handicap notevole.
2) Sono d'accordo con Lunanera che il problema dell'occupazione è centrale (come pure del reddito minimo, che non può essere così ridicolo, nè può essere dato al solo capofamiglia, nè può essere una iniziativa della sola regione che non ha risorse). Quanto alla militarizzazione del territorio la cosa è caduta da sè, come meritava. E il fatto che ci sia una manovra contro il blocco bassoliniano di potere è un altra cosa evidente a tutti. Forse i Diesse e la Margherita vogliono normalizzare la satrapia campana, che ha generato schieramenti trasversali localistici che scavalcano le segreterie nazionali dei partiti
3) Quanto alla partecipazione politica credo che anche questo sia un problema forte, ma non si può minimizzare la questione della necessità comunque di una forte spesa pubblica. Il clientelismo si alimenta quando la spesa pubblica è insufficiente. Senza contare il fallimento del sistema scolastico nella formazione della cittadinanza, handicap che ci costringe a diversioni e a notevoli allungamenti di percorso
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